Operative Sistem.
Sempre più avanzati, funzionali. A volte scherziamo, chiedendoci tra quanto creeranno il primo telefono o computer che ci farà anche il caffè. Ma c'è poco da scherzare, perché oggigiorno questi dispositivi sono davvero smart, hanno una sorta di intelligenza (sarebbe quasi d'obbligo un parallelo con A.I. di Kubrick-Spielgberg o con Blade Runner di Ridley Scott). Hanno pure la parola: ci leggono gli sms mentre siamo in macchina. E allora cosa gli manca? L'emozione. L'amare.
Fra quanto incominceranno ad amare?
In un presente/futuro non definito, Joaquin Phoenix è Theodore, che di lavoro crea lettere bellissime per altre persone (epoca dunque in cui parlare d'amore o di ringraziamento o di auguri è compito delegato ad altri, pagati apposta per perderci tempo) e sentimentalmente è un disastro, perché quegli stessi sentimenti che immagina e detta per terzi, lui alla moglie non ha saputo comunicarli e deve ora firmarle le carte per il divorzio.
In questa epoca fittizia (ma non troppo), in cui per strada la gente parla solo col proprio telefono, il proprio tablet, il portatile o l'auricolare, hanno inventato il sistema operativo più all'avanguardia di tutti: OS1, capace di evolvere, interagendo con il possessore.
E questi OS sono straordinariamenti intelligenti, anzi sono di più: sono veri come persone, tranne che per il corpo. Ed evoluzionano come noi, imparando non solo le esigenze di chi le ha acquistate, ma anche la rabbia, la felicità, la speranza, la frustazione e soprattutto l'amicizia e l'amore.
Theodore compra uno di questi sistemi operativi e si stupisce di scoprire al di là dell'auricolare (ideale corazza che teoricamente assicura protezione a chi ne fruisce, potendovisi rivolgere senza timore di essere ferito, confidandovisi senza essere giudicato), viva all'interno di un disco rigido, una mente, un'intelligenza, una donna, Samantha, così reale e pura e divertente da potersi innamorare di lei, venendo ricambiato, giungendo a un amore oltre il platonismo, oltre la carnalità.
Questa è una storia d'amore immensamente curiosa: il povero protagonista è in parte incompreso dagli altri, dalla ex moglie, per la quale una relazione con un computer è una chiara dimostrazione del non essere ancora in grado di gestire la propria sfera emozionale; in parte dubita di sé, in parte è esaltato da questo nuovo amore; più avanti trova l'apertura di chi accetta questa forma d'amare, la solidarietà di altre persone che hanno trovato nei nuovi OS amici e compagni.
Ma l'amore è costantemente uguale a sé stesso, che si scelga di amare una persona (di sesso opposto o del proprio), un animale (e mentre scrivo non posso non pensare all'episodio Che cos'è la sodomia? di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso) o un'intelligenza artificiale.
L'amore ha, quindi, quelle gradevoli e sgradevoli costanti, che sono l'eccitazione, le farfalle nello stomaco, la perdita del senno e dell'appetito, ma anche i problemi: la gelosia, le mezze verità, la mal tolleranza delle limitazioni del partner. Un rapporto per come lo si giri, anche se è il più unico del mondo (e chiunque sia stato innamorato ha creduto che il proprio lo fosse), ovvero quello tra umano e sistema operativo, ha dei punti di incomprensione, di difficoltà. Questo film ha il pregio di affrontare il discorso da un punto di vista originale, ma racconta comunque una storia d'amore, che proprio per la sua unicità è arricchita di molti problemi in più, oltre ai "più classici". E questa storia scappa dalle mani a Theodore, a Samantha (che nel suo percorso di formazione, impara non solo di essere capace di amare, ma essendo un'"intelligenza" anche di potere e volere conoscere più persone, più menti), ma anche ai creatori degli OS, che avendo scoperto possibilità nuove, decidono di esplorarle e di esplorarsi lontano dagli uomini.
Amaro il finale, come quello di molte altre storie d'amore, anche umano-umano, ma non importa. Non è "l'amaro in bocca" che lascia questo film all'uscita dalla sala cinematografica.
Tuttaltro: è la soddisfazione di aver visto un bel film, trattato bene (nessuno ne dubitava dopo l'Oscar ricevuto da Jonze per la sceneggiatura originale); l'emozione per una storia (d'amore) finalmente originale, ingegnosa, ma anche dolce. Un'analisi non superficiale non solo degli stereotipi (veri) sull'amore, ma anche della nostra società ai tempi degli smart-phone&co. e la provocazione che ne segue: visto che passiamo tanta parte della nostra vita appiccicati a dispositivi elettronici di vario tipo, che le nostre vite sociali si riducono ai social-network (e il gioco di parole è voluto) e conosciamo le persone più sul web che al bar, perché non viviamo anche delle relazioni virtuali? Ancora il sesso e il caffè i nostri computer non ce li fanno (ma non è neppure poi vero, tra reale e virtuale è rimasta una minima sfumatura e su quale sia la finzione e quale la realtà non possiamo più mettere la mano sul fuoco), ma forse davvero non manca molto.
Così il rapporto umano-robot che ai tempi dei film sopracitati era fantascienza, oggi ha poco di fantasia. Il tema resta lo stesso, ma negli anni evoluziona e cambia il punto di vista. L'avevano trattato i più grandi (Kubrick, Spilberg, Scott) e per tornare a parlarne con originalità serviva un altro grande (Spike Jonze), che ha creato un prodotto intelligente e piacevole, non solo per la storia, che infatti è stata premiata, ma anche per la fotografia, le scenografie, curate negli esterni e negli interni, attentissimo il gioco di colori degli arredi, sempre in tono con gli abiti dei personaggi, altrettanto ben selezionati: ho adorato i colori pastello, caldi e meravigliosi, di questo film e la luce, che sempre creava giochi speciali.
Convincente anche il cast, specialmente Phoenix, dolce e umano; ma anche Amy Adams, nel ruolo di insicura (per la verità questa insicurezza pervade quasi tutti i personaggi umani, compreso Theodore e la sua ex moglie Catherine, al contrario di Samantha, che è quasi priva delle fragilità umane, mentalmente più elevata degli uomini, in quarto artificiale e dunque tendente alla perfezione), ruolo molto diverso da quello che aveva calzato in American Hustle; e naturalmente anche Scarlett Johanson, che, nonostante l'assenza del corpo, e quindi della gestualità, che l'hanno caratterizzata come icona di sensualità, se la cava comunque bene.
Insomma io potrei giurare che è da molto tempo che al cinema non trovavo un film così ben pensato e bello.
Fossi in chi legge, me lo andrei a vedere.
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sabato 5 aprile 2014
L'amore ai tempi degli O. S.
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domenica 2 marzo 2014
La Notte degli Oscar 2014: ecco i vincitori
Si è appena conclusa, alle 6.00 circa, la premiazione degli Oscar, tenutasi al Dolby Theatre di Los Angeles e presentata da Ellen DeGeneres: abbiamo appena finito di scoprire tutti i vincitori.
Per primissima cosa è bello annunciare la vittoria (quando mancavano meno di dieci minuti alle 4.00) de la Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, che riporta il nostro paese a vincere la statuetta che ci mancava da la Vita è Bella.
Ecco gli altri vincitori:
Per primissima cosa è bello annunciare la vittoria (quando mancavano meno di dieci minuti alle 4.00) de la Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, che riporta il nostro paese a vincere la statuetta che ci mancava da la Vita è Bella.
Ecco gli altri vincitori:
Miglior Film
12 Years a Slave
Miglior Regia
Alfonso Cuarón - Gravity
Miglior Attore Protagonista
Matthew McConaughey - Dallas Buyers Club
Miglior Attrice Protagonista
Cate Blanchette - Blue Jasmine
Miglior Attore Non Protagonista
Jared Leto - Dallas Buyers Club
Miglior Attrice Non Protagonista
Lupita Nyong'O - 12 Years a Slave
Miglior Sceneggiatura Originale
Spike Jonze - Her
Miglior Sceneggiatura Non Originale
John Ridley - 12 Years a Slave
Miglior Film Straniero
La Grande Bellezza
Miglior Cortometraggio
Helium
Miglior Film d'Animazione
Frozen
Miglior Corto d'Animazione
Mr Hublot
Miglior Documentario
20 Feet to Stardam
Miglior Corto Documentaristico
The Lady in Number 6: Music saves my Life
Miglior Fotografia
Emmanuel Lubezki - Gravity
Migliori Scenografie
The Great Gatsby
Migliori Costumi
The Great Gatsby
Migliori Make up e Acconciature
Dallas Buyers Club
Miglior Montaggio
Gravity
Migliori Effetti Speciali
Gravity
Miglior Sonoro
Gravity
Miglior Montaggio Sonoro
Gravity
Migliore Canzone
Let it Go - Frozen
Migliore Colonna Sonora
Data una scorsa alla lista, il risultato è chiaro: può festeggiare Gravity che porta a casa 7 statuette su 10 nomination (regia, fotografia, montaggio, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro, colonna sonora). Premiati, però, anche Frozen come film d'animazione e canzone vincitrice, Il Grande Gatsby per scenografie e costumi, Dallas Buyers Club (entrambi gli interpreti maschili, acconciatura e make up), 12 Years a Slave (film, sceneggiatura adattata e attrice non protagonista).
Infine ricordiamo la precedente assegnazione degli Oscar alla carriera a Steve Martin, Angela Lensbury e Piero Tosi (il nostro costumista, noto soprattutto per Il Gattopardo) e del premio umanitario Jean Hersholt ad Angelina Jolie.
Volendo accennare agli abiti indossati dalle attrici: bellissime Lupita Nyong'O in un ampio abito celeste, Cate Blanchette in un abito impreziosito da gemme, Naomi Watts in bianco scintillante, Julia Roberts che non sembra portare i segni dell'età, Amy Adams in una veste blu Gucci elegantissima, Sandra Bullock in un abito sirena blu metallico e la simpaticissima June Squibb in verde.
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Oscar 2014
Waiting Academy Awards: previsioni per il miglior attore protagonista
La notte degli Oscar 2014 è finalmente arrivata. Alle 22.50 (ora italiana) inizierà la cerimonia di premiazione.
Già avevamo affrontato il pronostico della migliore attrice (critica, Golden Globe, Bafta, Sag Awards sono già concordi sulla vittoria di Cate Blanchette e non dovrebbero esserci sorprese stasera), veniamo a parlare di migliore attore. La scelta in questa categoria è addirittura più difficile, date le interpretazioni brillanti di cui hanno dato prova quest'anno i candidati, anche se il favorito è Matthew McConaughey (solo il premio Bafta -a cui per altro non era nominato- non gli è stato assegnato, andando a Chiwetel Ejofor).
Partiamo da Bruce Dern, il rimbambito ma simpatico padre di famiglia assolutamente convinto di aver vinto un milione di dollari da ritirare in Nebraska. Il più giovane dei figli, stanco di doverlo rintracciare e poi riprendere mentre cerca di scappare a piedi da casa, decide di assecondarlo e di accompagnarlo in Nebraska, facendo sosta nella città dove i propri genitori sono cresciuti e scoprendo realmente chi era il padre prima che la demenza senile se ne impossessasse. Film simpatico, realista, una bella storia on the road che analizza il rapporto padre-figlio, ma anche le dinamiche familiari. Interessante e intelligente anche il ritratto degli Stati Uniti al di fuori delle glamourose big cities. Bellissima la scelta del bianco e nero. Bruce Dern è credibilissimo anziano per tre quarti folle, ma che conserva tratti di lucidità; è stato bravissimo. Intenerisce e a tratti commuove.
Uno degli attori che preferisco in assoluto e che mi emoziona anche quest'anno, in questo ruolo stravagante, divertente, ironico, che ha saputo interpretare così grandiosamente è Christian Bale. Bale ha grandi doti di trasformista e più di una volta ha dato luogo a metamorfosi impressionanti anche completamente opposte una rispetto all'altra in film consecutivi. Quest'anno gli hanno fatto mettere su peso e in American Hustle esibisce una pancetta e un riporto poco avvenenti. Nonostante queste trasformazioni assolutamente comiche, Bale costruisce un personaggio credibile, che si prende sul serio e in realtà l'interprete scompare proprio dietro l'immagine di Irving Rosenfeld. Resta solo Irving, Christian per 138 minuti non esiste. Ed è irriconoscibile non solo per l'aspetto fisico, quanto per il suo impegno nell'aderire al personaggio nelle espressioni, nella gestualità, nelle movenze, nei piccoli dettagli e dargli vita: un lavoro che Bale compie in ogni performance, rendendolo davvero uno tra i migliori e che realizza stupendamente anche stavolta.
Un altro degli attori che ritengo tra i migliori del suo tempo è Leonardo Di Caprio, attore che all'Academy non piace invece molto, dati i precedenti (omissione di candidature e premi). Quest'anno è riuscito a strappare la nomination, ma non è mai stato annoverato tra i favoriti. La nomination però non è immeritata: le interpretazioni di Leonardo sono sempre brillanti, accattivanti, ma realmente quest'anno si è superato. Dando fondo a ogni briciola di talento, in questo film raggiunge probabilmente la forma migliore, sfoggia la sua abilità in ogni aspetto, in ogni angolatura del personaggio. Un lavoro perfetto, ma superato, ammetto con una certa difficoltà, da quello di McConaughey.
Resta comunque indimenticabile la performance di The Wolf of Wall Street dove, come già commentato in un altro post, Di Caprio svolge un ruolo di mattatore straordinario e completamente folle, rendendo al 100% in ogni scena. Forse era un disperato appello all'Academy per gridare: "guardatemi: sono un talento, sono bravo davvero". Se l'Academy non se ne è accorta, noi sì. Il pubblico non è così sordo e spera in un futuro premio oscar, prima o poi.
Tra le interpretazioni più apprezzate e commoventi, vincitrice del Bafta, quella di Chiwetel Ejofor, che regala un personaggio straordinariamnte umano, realmente profondo, quello di un uomo libero che affronta la schiavitù, l'annientamento dell'identità, l'allontanamento dalla sua famiglia, la crudeltà dei suoi sfruttatori e che lotta per sopravvivere, ma anche per non perdere sé stesso, per non perdere il suo lato umano.
Chiwetel Ejofor è veramente toccante, protagonista molto capace di un'opera bellissima, di un film che con ogni probabilità stanotte vincerà l'Oscar: 12 years a slave.
Eccoci infine a Matthew McConaughey. Questo è stato l'anno delle trasformazioni fisiche e lui ha perso 23 kg per ricoprire il ruolo del caw-boy affetto da AIDS, che lotta contro il sistema sanitario e le industrie farmaceutiche per una cura meno tossica della malattia, dispensando prodotti farmaceutici alternativi a un numero sempre più alto di "pazienti", anch'essi contrari a sottoporsi ancora alla somministrazione di AZT condotta in ospedale nel corso di una sperimentazione. Non solo, McConaughey sorprende molto quest'anno anche per la trasformazione, ancora una volta, non fisica: questo è un addio al muscoloso "belloccio" di Holliwood, ricordato in passato molto più per i muscoli e il bell'aspetto che per la recitazione. Ci troviamo di fronte a un personaggio diverso: serio, difficile, una sfida per dimostrare al mondo un talento finora nascosto bene. E McConaughey c'è riuscito. Ha saputo rendere vero il personaggio di Woodroof, nei suoi lati duri, nella sua disperazione, nella determinazione di continuare a vivere a dispetto della malattia, dei medici e del governo, nel suo affetto, dimostrato alla maniera di un omofobo, per il transgender Rayon. Un bel personaggio e una bella interpretazione. Complimenti a un inaspettato, sconvolgente McConaughey.
Già avevamo affrontato il pronostico della migliore attrice (critica, Golden Globe, Bafta, Sag Awards sono già concordi sulla vittoria di Cate Blanchette e non dovrebbero esserci sorprese stasera), veniamo a parlare di migliore attore. La scelta in questa categoria è addirittura più difficile, date le interpretazioni brillanti di cui hanno dato prova quest'anno i candidati, anche se il favorito è Matthew McConaughey (solo il premio Bafta -a cui per altro non era nominato- non gli è stato assegnato, andando a Chiwetel Ejofor).
Partiamo da Bruce Dern, il rimbambito ma simpatico padre di famiglia assolutamente convinto di aver vinto un milione di dollari da ritirare in Nebraska. Il più giovane dei figli, stanco di doverlo rintracciare e poi riprendere mentre cerca di scappare a piedi da casa, decide di assecondarlo e di accompagnarlo in Nebraska, facendo sosta nella città dove i propri genitori sono cresciuti e scoprendo realmente chi era il padre prima che la demenza senile se ne impossessasse. Film simpatico, realista, una bella storia on the road che analizza il rapporto padre-figlio, ma anche le dinamiche familiari. Interessante e intelligente anche il ritratto degli Stati Uniti al di fuori delle glamourose big cities. Bellissima la scelta del bianco e nero. Bruce Dern è credibilissimo anziano per tre quarti folle, ma che conserva tratti di lucidità; è stato bravissimo. Intenerisce e a tratti commuove.
Uno degli attori che preferisco in assoluto e che mi emoziona anche quest'anno, in questo ruolo stravagante, divertente, ironico, che ha saputo interpretare così grandiosamente è Christian Bale. Bale ha grandi doti di trasformista e più di una volta ha dato luogo a metamorfosi impressionanti anche completamente opposte una rispetto all'altra in film consecutivi. Quest'anno gli hanno fatto mettere su peso e in American Hustle esibisce una pancetta e un riporto poco avvenenti. Nonostante queste trasformazioni assolutamente comiche, Bale costruisce un personaggio credibile, che si prende sul serio e in realtà l'interprete scompare proprio dietro l'immagine di Irving Rosenfeld. Resta solo Irving, Christian per 138 minuti non esiste. Ed è irriconoscibile non solo per l'aspetto fisico, quanto per il suo impegno nell'aderire al personaggio nelle espressioni, nella gestualità, nelle movenze, nei piccoli dettagli e dargli vita: un lavoro che Bale compie in ogni performance, rendendolo davvero uno tra i migliori e che realizza stupendamente anche stavolta.
Un altro degli attori che ritengo tra i migliori del suo tempo è Leonardo Di Caprio, attore che all'Academy non piace invece molto, dati i precedenti (omissione di candidature e premi). Quest'anno è riuscito a strappare la nomination, ma non è mai stato annoverato tra i favoriti. La nomination però non è immeritata: le interpretazioni di Leonardo sono sempre brillanti, accattivanti, ma realmente quest'anno si è superato. Dando fondo a ogni briciola di talento, in questo film raggiunge probabilmente la forma migliore, sfoggia la sua abilità in ogni aspetto, in ogni angolatura del personaggio. Un lavoro perfetto, ma superato, ammetto con una certa difficoltà, da quello di McConaughey.
Resta comunque indimenticabile la performance di The Wolf of Wall Street dove, come già commentato in un altro post, Di Caprio svolge un ruolo di mattatore straordinario e completamente folle, rendendo al 100% in ogni scena. Forse era un disperato appello all'Academy per gridare: "guardatemi: sono un talento, sono bravo davvero". Se l'Academy non se ne è accorta, noi sì. Il pubblico non è così sordo e spera in un futuro premio oscar, prima o poi.
Tra le interpretazioni più apprezzate e commoventi, vincitrice del Bafta, quella di Chiwetel Ejofor, che regala un personaggio straordinariamnte umano, realmente profondo, quello di un uomo libero che affronta la schiavitù, l'annientamento dell'identità, l'allontanamento dalla sua famiglia, la crudeltà dei suoi sfruttatori e che lotta per sopravvivere, ma anche per non perdere sé stesso, per non perdere il suo lato umano.
Chiwetel Ejofor è veramente toccante, protagonista molto capace di un'opera bellissima, di un film che con ogni probabilità stanotte vincerà l'Oscar: 12 years a slave.
Eccoci infine a Matthew McConaughey. Questo è stato l'anno delle trasformazioni fisiche e lui ha perso 23 kg per ricoprire il ruolo del caw-boy affetto da AIDS, che lotta contro il sistema sanitario e le industrie farmaceutiche per una cura meno tossica della malattia, dispensando prodotti farmaceutici alternativi a un numero sempre più alto di "pazienti", anch'essi contrari a sottoporsi ancora alla somministrazione di AZT condotta in ospedale nel corso di una sperimentazione. Non solo, McConaughey sorprende molto quest'anno anche per la trasformazione, ancora una volta, non fisica: questo è un addio al muscoloso "belloccio" di Holliwood, ricordato in passato molto più per i muscoli e il bell'aspetto che per la recitazione. Ci troviamo di fronte a un personaggio diverso: serio, difficile, una sfida per dimostrare al mondo un talento finora nascosto bene. E McConaughey c'è riuscito. Ha saputo rendere vero il personaggio di Woodroof, nei suoi lati duri, nella sua disperazione, nella determinazione di continuare a vivere a dispetto della malattia, dei medici e del governo, nel suo affetto, dimostrato alla maniera di un omofobo, per il transgender Rayon. Un bel personaggio e una bella interpretazione. Complimenti a un inaspettato, sconvolgente McConaughey.
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mercoledì 5 febbraio 2014
Waiting Academy Awards: previsioni sulla migliore attrice
Cominciamo ad analizzare le più importanti categorie dei prossimi Academy Awards, partendo dalla migliore attrice protagonista. Le candidate sono:
Partiamo dalla performance della Bullock in tuta spaziale di Gravity, su cui già avevo espresso le mie perplessità: sola e avvilita nello spazio, fornisce una recitazione buona, ma non da Oscar. Personalmente avrei preferito nella cinquina finalista Emma Thompson, per l'intenso, commovente personaggio della scrittrice P.L.Travers in Saving Mr Banks.

Maryl Streep in August: Osage County dà l'anima a un personaggio molto sfaccettato, una donna con grossi complessi, sviluppati fin dall'infanzia, in un precario equilibro che sembra incrinarsi sempre di più. Brillante prova, sia nelle scene in cui mentalmente si assenta, sia in quelle in cui, offuscata dai farmaci o in una parvenza di lucidità, svela vene di pura cattiveria. Ecco un assaggino:
Amy Adams ha ricevuto negli ultimi anni ben quattro nominations come miglior attrice non protagonista, senza però vincere (the Master, Junebug, Il Dubbio, The Fighter) ma quest'anno è in lizza come attrice protagonista per American Hustle, in cui interpreta la truffatrice Sydney Prosser, innamorata del socio di -loschi- affari Irving Rosenfeld e gelosa della moglie di lui. Scoperti dall'agente federale Richie Di Maso, i due sono costretti a partecipare all'operazione Abscam, realmente realizzatasi negli anni '70 per incastrare alcuni membri del congresso per corruzione. Per venirne fuori i nostri due truffatori dovranno dare il massimo, recitando la loro parte al meglio, specialmente Sydney, che cercherà anche, con successo, di far perdere la testa a Di Maso.
Seducente, furba, innamorata, a tratti furiosa, la Adams rende il suo personaggio il centro del film, tenendo in pugno i due uomini che le gravitano attorno, in un'interpretazione divertente e molto, molto buona. La sua sfortuna, come negli anni precedenti, è quella di avere rivali con interpretazioni ancora migliori della sua (Rachel Weisz; Penelope Cruz; Melissa Leo; l'anno scorso fu l'intensissima interpretazione della splendida Anne Hathaway, quest'anno quella di Cate Blanchette).
Veniamo a Judi Dench, che protagonizza il film basato sulla vera storia di una donna irlandese che, abbandonata in un convento di suore perché rimasta incinta, si vede portare via il bambino dalle stesse suore che vendevano i figli delle ragazze del convento a ricche coppie americane. Cinquant'anni dopo Philomena decide di raccontare la sua verità al giornalista in crisi Martin Sixsmith (Steve Coogan che con Jeff Pope ha ricevuto una nomination per la migliore sceneggiatura non originale), che scriverà il libro da cui è tratto il film. La buffa coppia parte così alla ricerca del figlio perduto tanti anni prima. Philomena è in lizza per l'Oscar, come la colonna sonora preziosa di Alexandre Desplat, che fa da sottofondo.
Se, come me, eravate abituati alla Judi Dench del Diario di uno Scandalo (in cui era co-protagoista con Cate Blanchette), o che interpretava M o la regina Elisabetta I (parte che curiosamente hanno interpretato sia la Dench che la Blanchette), sempre comunque austera, efficiente, piuttosto severa, rimarrete impressionati dalla dolcezza del personaggio di Philomena, ingenua, religiosa, positiva, toccante, ma anche comprensiva e determinata, sorprendente in ogni decisione che prende. Una Judi Dench ancora meravigliosa e capace di adattarsi brillantemente a un personaggio così insolito per lei. Quest'anno purtroppo ha come rivale una Cate Blanchette in forma eccezionale, già vincitrice ai Sag e ai Golden Globes e data per favorita.
Questa è la scena in cui Philomena racconta, animatissima, la trama di un libretto rosa appena terminato a Sixsmith, che non condivide l'entusiasmo della donna per quel particolare genere letterario.
Cate Blanchette è la protagonista dell'ultimo capolavoro di Woody Allen, Blue Jasmine. La storia inizia quando l'elegante, molto altezzosa, Jasmine viene catapultata fuori dal suo dorato mondo (perdendo la sfavillante casa, il bel marito, ricco e di successo, l'attiva vita sociale) dritta nella più umile casa della sorella adottiva Ginger (Sally Hawking), alla prese, questa, con i normali problemi di una donna di ceto medio-basso: il lavoro da commessa, i figli, il nuovo fidanzato abbastanza cafone. La storia del fallimento del marito, interpretato da Alec Baldwin, e del conseguente crollo della vita di Jasmine è raccontato tramite falshback, intercalati nella storia con un sapiente montaggio, che avrebbe meritato una nomination agli Oscar. Tra le nomination ricevute, invece, oltre a quella di Cate Blanchette c'è quella a migliore attrice non protagonista per Sally Hawking (brillante e simpatica, romantica e un po' ingenua, accattivante nel suo essere il contrario della sorella, pur non smettendo di provare affetto per lei e ad aiutarla) e la sceneggiatura originale di Woody Allen.
Jasmine non sa adattarsi alla nuova vita: privata repentinamente di tutto, sebbene si cimenti con scarsi risultati a reinventarsi, la sua mente non regge il peso (nemmeno con l'aiuto di antidepressivi buttati giù a bicchierate di alcol) e continua a cercare la finzione di una vita diversa, prima con l'affascinante Dwight, poi perdendosi in sé stessa. Cate Blanchette è bellissima, semplicemente magistrale nel ruolo della pazza e della snob che guarda con disgusto tutti i membri del piccolo mondo in cui si è ritrovata senza volerlo. Difficile assegnare l'Oscar a qualcun'altra, ma le interpretazioni in nomination quest'anno sono di straordinario livello e tutte meritano di essere viste e apprezzate.
Cate Blanchette
Judi Dench
Amy Adams
Amy Adams
Maryl Streep
Sandra Bullock
Sandra Bullock
Partiamo dalla performance della Bullock in tuta spaziale di Gravity, su cui già avevo espresso le mie perplessità: sola e avvilita nello spazio, fornisce una recitazione buona, ma non da Oscar. Personalmente avrei preferito nella cinquina finalista Emma Thompson, per l'intenso, commovente personaggio della scrittrice P.L.Travers in Saving Mr Banks.

Maryl Streep in August: Osage County dà l'anima a un personaggio molto sfaccettato, una donna con grossi complessi, sviluppati fin dall'infanzia, in un precario equilibro che sembra incrinarsi sempre di più. Brillante prova, sia nelle scene in cui mentalmente si assenta, sia in quelle in cui, offuscata dai farmaci o in una parvenza di lucidità, svela vene di pura cattiveria. Ecco un assaggino:
Amy Adams ha ricevuto negli ultimi anni ben quattro nominations come miglior attrice non protagonista, senza però vincere (the Master, Junebug, Il Dubbio, The Fighter) ma quest'anno è in lizza come attrice protagonista per American Hustle, in cui interpreta la truffatrice Sydney Prosser, innamorata del socio di -loschi- affari Irving Rosenfeld e gelosa della moglie di lui. Scoperti dall'agente federale Richie Di Maso, i due sono costretti a partecipare all'operazione Abscam, realmente realizzatasi negli anni '70 per incastrare alcuni membri del congresso per corruzione. Per venirne fuori i nostri due truffatori dovranno dare il massimo, recitando la loro parte al meglio, specialmente Sydney, che cercherà anche, con successo, di far perdere la testa a Di Maso.
Seducente, furba, innamorata, a tratti furiosa, la Adams rende il suo personaggio il centro del film, tenendo in pugno i due uomini che le gravitano attorno, in un'interpretazione divertente e molto, molto buona. La sua sfortuna, come negli anni precedenti, è quella di avere rivali con interpretazioni ancora migliori della sua (Rachel Weisz; Penelope Cruz; Melissa Leo; l'anno scorso fu l'intensissima interpretazione della splendida Anne Hathaway, quest'anno quella di Cate Blanchette).
Veniamo a Judi Dench, che protagonizza il film basato sulla vera storia di una donna irlandese che, abbandonata in un convento di suore perché rimasta incinta, si vede portare via il bambino dalle stesse suore che vendevano i figli delle ragazze del convento a ricche coppie americane. Cinquant'anni dopo Philomena decide di raccontare la sua verità al giornalista in crisi Martin Sixsmith (Steve Coogan che con Jeff Pope ha ricevuto una nomination per la migliore sceneggiatura non originale), che scriverà il libro da cui è tratto il film. La buffa coppia parte così alla ricerca del figlio perduto tanti anni prima. Philomena è in lizza per l'Oscar, come la colonna sonora preziosa di Alexandre Desplat, che fa da sottofondo.
Se, come me, eravate abituati alla Judi Dench del Diario di uno Scandalo (in cui era co-protagoista con Cate Blanchette), o che interpretava M o la regina Elisabetta I (parte che curiosamente hanno interpretato sia la Dench che la Blanchette), sempre comunque austera, efficiente, piuttosto severa, rimarrete impressionati dalla dolcezza del personaggio di Philomena, ingenua, religiosa, positiva, toccante, ma anche comprensiva e determinata, sorprendente in ogni decisione che prende. Una Judi Dench ancora meravigliosa e capace di adattarsi brillantemente a un personaggio così insolito per lei. Quest'anno purtroppo ha come rivale una Cate Blanchette in forma eccezionale, già vincitrice ai Sag e ai Golden Globes e data per favorita.
Questa è la scena in cui Philomena racconta, animatissima, la trama di un libretto rosa appena terminato a Sixsmith, che non condivide l'entusiasmo della donna per quel particolare genere letterario.
Cate Blanchette è la protagonista dell'ultimo capolavoro di Woody Allen, Blue Jasmine. La storia inizia quando l'elegante, molto altezzosa, Jasmine viene catapultata fuori dal suo dorato mondo (perdendo la sfavillante casa, il bel marito, ricco e di successo, l'attiva vita sociale) dritta nella più umile casa della sorella adottiva Ginger (Sally Hawking), alla prese, questa, con i normali problemi di una donna di ceto medio-basso: il lavoro da commessa, i figli, il nuovo fidanzato abbastanza cafone. La storia del fallimento del marito, interpretato da Alec Baldwin, e del conseguente crollo della vita di Jasmine è raccontato tramite falshback, intercalati nella storia con un sapiente montaggio, che avrebbe meritato una nomination agli Oscar. Tra le nomination ricevute, invece, oltre a quella di Cate Blanchette c'è quella a migliore attrice non protagonista per Sally Hawking (brillante e simpatica, romantica e un po' ingenua, accattivante nel suo essere il contrario della sorella, pur non smettendo di provare affetto per lei e ad aiutarla) e la sceneggiatura originale di Woody Allen.
Jasmine non sa adattarsi alla nuova vita: privata repentinamente di tutto, sebbene si cimenti con scarsi risultati a reinventarsi, la sua mente non regge il peso (nemmeno con l'aiuto di antidepressivi buttati giù a bicchierate di alcol) e continua a cercare la finzione di una vita diversa, prima con l'affascinante Dwight, poi perdendosi in sé stessa. Cate Blanchette è bellissima, semplicemente magistrale nel ruolo della pazza e della snob che guarda con disgusto tutti i membri del piccolo mondo in cui si è ritrovata senza volerlo. Difficile assegnare l'Oscar a qualcun'altra, ma le interpretazioni in nomination quest'anno sono di straordinario livello e tutte meritano di essere viste e apprezzate.
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martedì 28 gennaio 2014
Waiting Academy Awards: Alfonso Cuaròn's Gravity
L'universo, lo spazio infinito può essere claustrofobico? Se non si riesce a fuggirne sì.
Questo è il nodo su cui si sviluppa Gravity.
Sandra Bullock è la protagonista dell'angosciante film di fantascienza che sembra promettere al messicano Alfonso Cuaròn un oscar nella sezione miglior regia. Co-protagonista George Clooney, capitano della sfortunata missione da cui la Bullock cercherà di tornare viva sulla Terra. Per 90 minuti non vediamo altre facce. Il cast è tutto qui. Stupefacente riuscire a creare un film con due soli interpreti. Udiamo solo, a tratti, le voci che arrivano dalle radio, primo fra tutti Houston, che nella versione statunitense è doppiato da Ed Harris.
Cuaròn sceglie di girare scene molto lunghe. In alcune il risultato è geniale, prolunga la suspence; in alcune altre discutibile, per esempio la prima scena dura 17 minuti e finisce per essere piuttosto noiosa.
Oltre al regista, il film ha altre 9 candidature ai prossimi Academy Awards (film, attrice, fotografia, montaggio, scenografia, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro, colonna sonora) e una bella lista di records (migliori incassi d'apertura di sempre nel mese di ottobre e in autunno, miglior tenuta di sempre nel secondo weekend e nel terzo per un film che nel primo ha incassato più di 40 milioni, maggior percentuale d'incassi di sempre per il 3D e così via).
Mica male.
Questi, però, sono numeri. E questo film ha altri meriti. Si dichiara abbia rivoluzionato il mondo degli Space Films. Nuovi effetti speciali. Un nuovo modo di concepire lo spazio. Gravity ha effettivamente riportato nelle sale tanti spettatori che evitano di solito i film di fantascienza, per curiosità. (Per esempio me.)
Sul piano delle recensioni ha ricevuto una quasi totale acclamazione. Un nuovo punto di arrivo dopo 2001: Odissea nello Spazio.
Il film, effettivamnete, è bello. Emoziona la storia, soprattutto emozionano le straordinarie immagini del nostro pianeta viste dallo spazio. Sandra Bullock piace come sempre. La tecnica è incredibile per fotografia, effetti speciali nuovissimi; la colonna sonora e il sonoro sono una bomba.
Ma per me, che non sono un'amante del genere fantascienza e quindi profana spettatrice di questo film, la cosa finisce qui. E intendo dire che, per quanto forte, alcune nominations a prossimi Oscar mi lasciano qualche perplessità: film, attrice (della quale questa non è la miglior performance che abbiamo visto e non regge, almeno stavolta, il confronto con le altre quattro candidate) e soprattutto regia. In lizza con Cuaròn ci sono, come sappiamo, anche Alexander Pyne, David O'Russel, Steeve McQueen e Martin Scorsese. Agli ultimi due va la mia preferenza. Vedere 12 Years a Slave e The Wolf of Wall Street per fare il confronto.
Questo è il nodo su cui si sviluppa Gravity.
Sandra Bullock è la protagonista dell'angosciante film di fantascienza che sembra promettere al messicano Alfonso Cuaròn un oscar nella sezione miglior regia. Co-protagonista George Clooney, capitano della sfortunata missione da cui la Bullock cercherà di tornare viva sulla Terra. Per 90 minuti non vediamo altre facce. Il cast è tutto qui. Stupefacente riuscire a creare un film con due soli interpreti. Udiamo solo, a tratti, le voci che arrivano dalle radio, primo fra tutti Houston, che nella versione statunitense è doppiato da Ed Harris.
Cuaròn sceglie di girare scene molto lunghe. In alcune il risultato è geniale, prolunga la suspence; in alcune altre discutibile, per esempio la prima scena dura 17 minuti e finisce per essere piuttosto noiosa.
Oltre al regista, il film ha altre 9 candidature ai prossimi Academy Awards (film, attrice, fotografia, montaggio, scenografia, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro, colonna sonora) e una bella lista di records (migliori incassi d'apertura di sempre nel mese di ottobre e in autunno, miglior tenuta di sempre nel secondo weekend e nel terzo per un film che nel primo ha incassato più di 40 milioni, maggior percentuale d'incassi di sempre per il 3D e così via).
Mica male.
Questi, però, sono numeri. E questo film ha altri meriti. Si dichiara abbia rivoluzionato il mondo degli Space Films. Nuovi effetti speciali. Un nuovo modo di concepire lo spazio. Gravity ha effettivamente riportato nelle sale tanti spettatori che evitano di solito i film di fantascienza, per curiosità. (Per esempio me.)
Sul piano delle recensioni ha ricevuto una quasi totale acclamazione. Un nuovo punto di arrivo dopo 2001: Odissea nello Spazio.
Il film, effettivamnete, è bello. Emoziona la storia, soprattutto emozionano le straordinarie immagini del nostro pianeta viste dallo spazio. Sandra Bullock piace come sempre. La tecnica è incredibile per fotografia, effetti speciali nuovissimi; la colonna sonora e il sonoro sono una bomba.
Ma per me, che non sono un'amante del genere fantascienza e quindi profana spettatrice di questo film, la cosa finisce qui. E intendo dire che, per quanto forte, alcune nominations a prossimi Oscar mi lasciano qualche perplessità: film, attrice (della quale questa non è la miglior performance che abbiamo visto e non regge, almeno stavolta, il confronto con le altre quattro candidate) e soprattutto regia. In lizza con Cuaròn ci sono, come sappiamo, anche Alexander Pyne, David O'Russel, Steeve McQueen e Martin Scorsese. Agli ultimi due va la mia preferenza. Vedere 12 Years a Slave e The Wolf of Wall Street per fare il confronto.
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martedì 21 gennaio 2014
Waiting Academy Awards...il miglior candidato
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sabato 18 gennaio 2014
Folle, folle, folle Di Caprio
Folle, folle, folle Di Caprio, protagonista del pazzesco, brillante, ritmato film di Martin Scorsese (del quale sappiamo che l'attore è il pupillo) che firma una regia straordinaria.
Se non dovesse fare i conti con Alfonso Cuaròn, che, più che favorito, è dato per vincitore certo, Scorsese meriterebbe davvero un nuovo Oscar.
Il regista racconta l'ascesa al successo e la discesa agli inferi di Jordan Belfort, spregiudicato broker della New York degli anni '90.
Scene forti, evocative descrivono in modo semplice e immediato, con ritmo incalzante tutto il mondo fatto di corruzione, sesso, droga e denaro di Wall Street.
Di Caprio è semplicemente straordinario. A narrarci la storia è la sua stessa voce, poiché la sceneggiatura di Terence Winter deriva direttamente dall'autobiografia, quasi naive nella sua onestà, di Belfort.
Incantatore, venditore, drogato, sesso dipendente, ambiziossimo, pochi scrupoli, niente morale, l'interprete incarna il personaggio ed è incredibile mattatore di tre ore di film, regalandoci, probabilmente, la migliore recitazione della sua carriera. Colpevole senza appello, Di Caprio (o forse Belfort?) è così conquistatore da farci essere indulgenti nei suoi confronti: senza un briciolo di vergogna confessa tutte le sue deplorevoli colpe, quasi a chiedere: "è illegale, ok, ma cos'ho fatto di male?"
Il film è candidato a cinque premi Oscar: film, regia, sceneggiatura non originale, attore non protagonista (Jonah Hill è lo stretto collaboratore di Belfort, Donnie Azoff, ma su questa nomination, personalmente, ho delle perplessità: buona performance, ma non particolarmente brillante) e, naturalmente, miglior attore protagonista. Di Caprio ha fortemente voluto questo film, di cui è stato insistente produttore e geniale protagonista. Quest'anno l'Oscar è d'obbligo. Non ci sono scuse.
Se non dovesse fare i conti con Alfonso Cuaròn, che, più che favorito, è dato per vincitore certo, Scorsese meriterebbe davvero un nuovo Oscar.
Il regista racconta l'ascesa al successo e la discesa agli inferi di Jordan Belfort, spregiudicato broker della New York degli anni '90.
Scene forti, evocative descrivono in modo semplice e immediato, con ritmo incalzante tutto il mondo fatto di corruzione, sesso, droga e denaro di Wall Street.
Di Caprio è semplicemente straordinario. A narrarci la storia è la sua stessa voce, poiché la sceneggiatura di Terence Winter deriva direttamente dall'autobiografia, quasi naive nella sua onestà, di Belfort.
Incantatore, venditore, drogato, sesso dipendente, ambiziossimo, pochi scrupoli, niente morale, l'interprete incarna il personaggio ed è incredibile mattatore di tre ore di film, regalandoci, probabilmente, la migliore recitazione della sua carriera. Colpevole senza appello, Di Caprio (o forse Belfort?) è così conquistatore da farci essere indulgenti nei suoi confronti: senza un briciolo di vergogna confessa tutte le sue deplorevoli colpe, quasi a chiedere: "è illegale, ok, ma cos'ho fatto di male?"
Il film è candidato a cinque premi Oscar: film, regia, sceneggiatura non originale, attore non protagonista (Jonah Hill è lo stretto collaboratore di Belfort, Donnie Azoff, ma su questa nomination, personalmente, ho delle perplessità: buona performance, ma non particolarmente brillante) e, naturalmente, miglior attore protagonista. Di Caprio ha fortemente voluto questo film, di cui è stato insistente produttore e geniale protagonista. Quest'anno l'Oscar è d'obbligo. Non ci sono scuse.
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giovedì 16 gennaio 2014
Academy Awards: Tutte le Nomination
MIGLIOR FILM:
MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE:
The act of killing
Cutie and the boxer
Dirty wars
The square
20 feet from stardom
MIGLIOR CORTO DOCUMENTARISTICO:
CaveDigger - Jeffrey Karoff
Facing Fear - Jason Cohen
Karama Has No Walls - Sara Ishaq
The Lady in Number 6: Music Saved My Life - Malcolm Clarke and Nicholas Reed
Prison Terminal: The Last Days of Private Jack Hall - Edgar Barens
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO:
Aquel No Era Yo - Esteban Crespo
Avant Que De Tout Perdre - Xavier Legrand and Alexandre Gavras
Helium - Anders Walter and Kim Magnusson
Do I Have to Take Care of Everything? - Selma Vilhunen and Kirsikka Saari
The Voorman Problem - Mark Gill and Baldwin Li
MIGLIOR CORTO D'ANIMAZIONE:
Feral - Daniel Sousa and Dan Golden
Get a Horse! - Lauren MacMullan and Dorothy McKim
Mr. Hublot - Laurent Witz and Alexandre Espigares
Possessions - Shuhei Morita
Room on the Broom - Max Lang and Jan Lachauer
12 Anni SchiavoMIGLIOR REGIA:
Gravity
American Hustle
The Wolf of Wall Street
Captain Phillips
Nebraska
Dallas Buyers Club
Her
Philomena
Alfonso Cuarón, GravityMIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:
Steve McQueen, 12 Anni Schiavo
David O. Russell, American Hustle
Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street
Alexander Payne, Nebraska
Chiwetel Ejiofor (12 Anni Schiavo)MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:
Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club)
Bruce Dern (Nebraska)
Leonardo Di Caprio (The Wolf of Wall Street)
Christian Bale (American Hustle)
Cate Blanchett (Blue Jasmine)MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:
Sandra Bullock (Gravity)
Amy Adams (American Hustle)
Judi Dench (Philomena)
Meryl Streep (August: Osage County)
Jared Leto (Dallas Buyers Club)MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA:
Michael Fassbender (12 Anni Schiavo)
Bradley Cooper (American Hustle)
Barkhad Abdi (Captain Phillips)
Jonah Hill (The Wolf of Wall Street)
Lupita Nyong’o (12 Anni Schiavo)MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE:
Jennifer Lawrence (American Hustle)
June Squibb (Nebraska)
Sally Hawkins (Blue Jasmine)
Julia Roberts (August: Osage County)
David O. Russell & Eric Singer, American HustleMIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE:
Spike Jonze, Her
Bob Nelson, Nebraska
Woody Allen, Blue Jasmine
Craig Borten & Melisa Wallack, Dallas Buyers Club
John Ridley, 12 Anni SchiavoMIGLIOR FILM STRANIERO
Terence Winter, The Wolf of Wall Street
Billy Ray, Captain Phillips
Julie Delpy, Ethan Hawke & Richard Linklater, Before Midnight
Steve Coogan & Jeff Pope, Philomena
Italia, “La Grande Bellezza”, Paolo Sorrentino
Danimarca, “Il Sospetto”, Thomas Vinterberg
Belgio, “The Broken Circle Breakdown”, Felix van Groeningen
Palestina, “Omar”, Hany Abu-Assad
Cambogia, “The Missing Picture”, Rithy Panh
![]() |
| Finalmente, dopo 15 anni torniamo a sperare nella vittoria del nostro paese in questa categoria. I festeggiamenti sono d'obbligo, così pure come tifare per questo film il 2 marzo. |
MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE:
FrozenMIGLIOR FOTOGRAFIA:
The Wind Rises
Cattivissimo Me 2
Ernest & Celestine
I Croods
Emmanuel Lubezki, GravityMIGLIOR CANZONE ORIGINALE:
Bruno Delbonnel, Inside Llewyn Davis
Philippe LeSourd, The Grandmaster
Roger Deakins, Prisoners
Phedon Papamichael, Nebraska
“Let It Go” (Frozen, Robert Lopez & Kristen Anderson-Lopez)MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE:
“Ordinary Love” (Mandela: Long Walk To Freedom, U2) “Sweeter Than Fiction”
“Happy” (Cattivissimo Me 2, Pharrell Williams)
“The Moon Song” (Her, Karen O)
“Alone yet not Alone” (Alone yet not alone, Bruce Broughton)
Steven Price (Gravity )MIGLIORI COSTUMI:
William Butler (Her)
Alexandre Desplat (Philomena)
John Williams (The Book Thief)
Thomas Newman (Saving Mr. Banks)
Michael Wilkinson (American Hustle)MIGLIOR MAKE-UP E ACCONCIATURA:
William Chang Suk Ping (The Grandmaster)
Catherine Martin (Il Grande Gatsby )
Patricia Norris (12 Anni Schiavo )
Michael O’Connor (The Invisible Woman)
The Lone RangerMIGLIOR MONTAGGIO:
Jackass Presents: Bad Grandpa
Dallas Buyers Club
Alfonso Cuarón, Mark Sanger (Gravity)MIGLIORI SCENOGRAFIE:
Christopher Rouse (Captain Phillips)
Joe Walker (12 Anni Schiavo)
John MacMurphy (Dalls BuyersClub)
Jay Cassidy, Crispin Struthers (American Hustle)
Adam Stochausen & Alice Baker, 12 Anni SchiavoMIGLIORI EFFETTI VISIVI:
Catherine Martin & Beverly Dunn, Il Grande Gatsby
Judy Becker & Heather Loeffler, American Hustle
Andy Nicholson & Rosie Goodwin, Gravity
K.K. Barrett & Gene Serdena, Her
GravityMIGLIOR SONORO:
The Hobbit: Desolation of Smaug
The Lone Ranger
Star Trek Into Darkness
Iron Man 3
GravityMIGLIOR MONTAGGIO SONORO:
Captain Phillips
Inside Llewyn Davis
Lone Survivor
Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug
GravityMIGLIOR DOCUMENTARIO:
Captain Phillips
All Is Lost
Lone Survivor
The Hobbit: La Desolazione di Smaug
The act of killing
Cutie and the boxer
Dirty wars
The square
20 feet from stardom
MIGLIOR CORTO DOCUMENTARISTICO:
CaveDigger - Jeffrey Karoff
Facing Fear - Jason Cohen
Karama Has No Walls - Sara Ishaq
The Lady in Number 6: Music Saved My Life - Malcolm Clarke and Nicholas Reed
Prison Terminal: The Last Days of Private Jack Hall - Edgar Barens
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO:
Aquel No Era Yo - Esteban Crespo
Avant Que De Tout Perdre - Xavier Legrand and Alexandre Gavras
Helium - Anders Walter and Kim Magnusson
Do I Have to Take Care of Everything? - Selma Vilhunen and Kirsikka Saari
The Voorman Problem - Mark Gill and Baldwin Li
MIGLIOR CORTO D'ANIMAZIONE:
Feral - Daniel Sousa and Dan Golden
Get a Horse! - Lauren MacMullan and Dorothy McKim
Mr. Hublot - Laurent Witz and Alexandre Espigares
Possessions - Shuhei Morita
Room on the Broom - Max Lang and Jan Lachauer
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Oscar 2014,
Oscar_noms
Waiting Oscar Noms_John Wells' August: Osage County
Avete presente l’Happy Ending? Sì?
Ecco, l’happy ending non è ad Osage County.
August: Osage County è la storia (tratta dalla piece teatrale di Tracy Letts) di una famiglia che
esplode. La storia di come il male vi nasce, vi si annidia, tramandandosi di
madre in figlia per generazioni, e di come affetta ogni componente della
famiglia, rovinandogli l’esistenza, avvolgendolo in una rete di bugie e segreti crudelissimi. Nessuno viene risparmiato.
Nascosto sotto la patina di una commedia, alla luce chiara
del sole caldissimo dell’Oklahoma, il film a poco a poco si svela per quello
che è realmente: un incubo di sofferenze, che ciascun membro della famiglia
nasconde, ma che ribollono nella calura della pianura e lentamente, dalla più
lieve alla più dura, evaporano come fumi venefici e intossicano l’ambiente.
Fino alla fine del film, le sorprese non finiscono. E fino al 30 gennaio il
film non uscirà nelle sale italiane.
Dunque la trama è angosciante, il ritmo lento, anche se
parte con molta calma per sorprenderci tutti verso la fine, con una serie di
colpi di scena emozionali.
Il cast, invece, è brillante: da Juliette Lewis ad Abigail
Breslin, da Chris Cooper a Sam Shepard, da Benedict Cumberbatch a Ewan McGregor
passando per Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Margo Martindale, arriviamo
alle protagoniste, sempre bellissime nonostante il passare del tempo.
Nel ruolo di una donna che affronta un periodo difficile
della propria vita (il suo matrimonio sta fallendo, la figlia è nel pieno di
un’adolescienza irrequieta, il padre si è appena suicidato) troviamo una Julia
Roberts che non siamo abituati a vedere interpretare un personaggio così forte,
così duro, così amaro. Ma che ci piace moltissimo in questa veste, per la quale
è stata candidata agli scorsi Golden Globes.
Ed eccoci a Maryl Streep, che ancora una volta ci regala
un’interpretazione spettacolare (già premiata con la nomination ai Globes,
vedremo a breve se anche agli Oscar…personalmente penso ce la faccia, anzi
credo che Cate Blanchette abbia un’eccellente rivale e che non sia
scontatissima la sua vittoria…del resto anche Amy Adams e Judi Dench
rappresentano un ostacolo niente male). Rintontita dai farmaci,
tossicodipendende, ma forte, il personaggio della Streep è più complesso di
quanto pare all’inizio del film, ma sono obbligata a non dire altro per non
rovinarlo.
Solo con la loro presenza, con la loro recitazione, queste
due favolose attrici risollevano molto un film, che comunque, tutto sommato,
non mi è piaciuto.
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migliore attrice non protagonista 2014,
Oscar 2014
martedì 14 gennaio 2014
Waiting Academy Awards_Steve McQueen's 12 years a slave
Vivendo da qualche mese in Spagna, ho avuto l'opportunità di vedermi "12 years a slave" con qualche settimana d'anticipo rispetto ai miei compatrioti italiani, che dovranno attendere il 20 febbraio 2014.
Giusto all'indomani della vittoria nella categoria Drama Films ai Golden Globes, la mia curiosità non poteva più aspettare: dovevo correre a vederlo subito. A causa di questa impazienza, però, ho commesso un errore: non ho atteso che qualcuno accettasse di venire con me e sono andata da sola. E l'ho rimpianto.
Non sono un'amante dei film violenti, crudi, splatter (non che questo film lo sia precisamente), perciò avrei avuto bisogno di qualcuno accanto a cui prendere il braccio e a cui tormentarlo durante le lunghe -lunghissime- scene in cui il registra ci mostra pienamente la situazione di uno schiavo dell'epoca. Non c'è sadismo, solo documentaristica volontà di raccontare la storia delle persone che hanno lavorato nelle piantagioni in schiavitù, ma in alcune, intenzionalmente prolungate, scene l'ingenua spettatrice (io) a stento sopporta la crudeltà che s'intravede, la realtà che s'immagina appena. In alcune scene avrei voluto dire "basta, passiamo alla prossima, questa canzoncina fa soffrire pure me".
Steve McQueen (che aveva già diretto altri due film, Hunger e Shame) racconta una storia reale, tratta dall'autobiografia di Solomon Northup, violinista che nel 1841 viene rapito e venduto da uno schiavista (che ha il volto di Paul Giamatti) al proprietario di una piantagione della Louisiana, relativamente illuminato (Benedict Cumberbatch).
In schiavitù resterà 12 anni, come si intuisce dal titolo, ma, in questo tempo, in seguito a una serie di eventi, "passa di mano" e viene venduto al cattivissimo della situazione, Michel Fassbender, che interpreta lo schiavista Edwin Epps, per la cui crudeltà può paragonarsi al personaggio tarantiniano, incarnato da Di Caprio, Calvin Candie. A ragione Fassbender aveva meritato la candidatura ai Golden Globes come Supporter Actor (categoria in cui, presumo, lo ritroveremo candidato anche agli Oscar)
Veniamo al protagonista: Solomon Northup, lo schiavo Plat, è un impressionante, commovente, molto umano Chiwetel Ejiofor. Già...protagonista. A questo proposito la locandina italiana non è stata molto lusinghiera, preferendo dar risalto ai due più celebri volti (Fassbender, Brad Pitt) che a quello del semisconosciuto Ejiofor, relegato in secondo piano. Certo: mossa pubblicitaria, assolutamente non razzista, però non equa (Fassbender riveste un ruolo importantissimo, ma secondario e Pitt è un cameo, ricoprendo un ruolo chiave, ma comparendo giusto in un paio di scene).
Sia Ejiofor che Lupita Nyong'o (nel film la schiava Patsy) strameritavano la nomination nelle rispettive categorie (Best Drama Actor, Best Supporter Actress, vinte però, rispettivamente, da Matthew McConaughey e Jennifer Lawrence) ai Globes e strameritano una nuova nomination per gli Academy Awards. A mio giudizio, sarà facile ritrovarceli: il primo nella cinquina finalista per il miglior attore (ci sarà da aspettarsi una lotta con Di Caprio, McConaughey, Bale, Hanks) e la miglior attrice non protagonista.
Aspettiamo...aspettiamo...fra due giorni avremo almeno la lista dei candidati!!
Giusto all'indomani della vittoria nella categoria Drama Films ai Golden Globes, la mia curiosità non poteva più aspettare: dovevo correre a vederlo subito. A causa di questa impazienza, però, ho commesso un errore: non ho atteso che qualcuno accettasse di venire con me e sono andata da sola. E l'ho rimpianto.
Non sono un'amante dei film violenti, crudi, splatter (non che questo film lo sia precisamente), perciò avrei avuto bisogno di qualcuno accanto a cui prendere il braccio e a cui tormentarlo durante le lunghe -lunghissime- scene in cui il registra ci mostra pienamente la situazione di uno schiavo dell'epoca. Non c'è sadismo, solo documentaristica volontà di raccontare la storia delle persone che hanno lavorato nelle piantagioni in schiavitù, ma in alcune, intenzionalmente prolungate, scene l'ingenua spettatrice (io) a stento sopporta la crudeltà che s'intravede, la realtà che s'immagina appena. In alcune scene avrei voluto dire "basta, passiamo alla prossima, questa canzoncina fa soffrire pure me".
Steve McQueen (che aveva già diretto altri due film, Hunger e Shame) racconta una storia reale, tratta dall'autobiografia di Solomon Northup, violinista che nel 1841 viene rapito e venduto da uno schiavista (che ha il volto di Paul Giamatti) al proprietario di una piantagione della Louisiana, relativamente illuminato (Benedict Cumberbatch).
In schiavitù resterà 12 anni, come si intuisce dal titolo, ma, in questo tempo, in seguito a una serie di eventi, "passa di mano" e viene venduto al cattivissimo della situazione, Michel Fassbender, che interpreta lo schiavista Edwin Epps, per la cui crudeltà può paragonarsi al personaggio tarantiniano, incarnato da Di Caprio, Calvin Candie. A ragione Fassbender aveva meritato la candidatura ai Golden Globes come Supporter Actor (categoria in cui, presumo, lo ritroveremo candidato anche agli Oscar)
Veniamo al protagonista: Solomon Northup, lo schiavo Plat, è un impressionante, commovente, molto umano Chiwetel Ejiofor. Già...protagonista. A questo proposito la locandina italiana non è stata molto lusinghiera, preferendo dar risalto ai due più celebri volti (Fassbender, Brad Pitt) che a quello del semisconosciuto Ejiofor, relegato in secondo piano. Certo: mossa pubblicitaria, assolutamente non razzista, però non equa (Fassbender riveste un ruolo importantissimo, ma secondario e Pitt è un cameo, ricoprendo un ruolo chiave, ma comparendo giusto in un paio di scene).
Sia Ejiofor che Lupita Nyong'o (nel film la schiava Patsy) strameritavano la nomination nelle rispettive categorie (Best Drama Actor, Best Supporter Actress, vinte però, rispettivamente, da Matthew McConaughey e Jennifer Lawrence) ai Globes e strameritano una nuova nomination per gli Academy Awards. A mio giudizio, sarà facile ritrovarceli: il primo nella cinquina finalista per il miglior attore (ci sarà da aspettarsi una lotta con Di Caprio, McConaughey, Bale, Hanks) e la miglior attrice non protagonista.
Aspettiamo...aspettiamo...fra due giorni avremo almeno la lista dei candidati!!
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