Operative Sistem.
Sempre più avanzati, funzionali. A volte scherziamo, chiedendoci tra quanto creeranno il primo telefono o computer che ci farà anche il caffè. Ma c'è poco da scherzare, perché oggigiorno questi dispositivi sono davvero smart, hanno una sorta di intelligenza (sarebbe quasi d'obbligo un parallelo con A.I. di Kubrick-Spielgberg o con Blade Runner di Ridley Scott). Hanno pure la parola: ci leggono gli sms mentre siamo in macchina. E allora cosa gli manca? L'emozione. L'amare.
Fra quanto incominceranno ad amare?
In un presente/futuro non definito, Joaquin Phoenix è Theodore, che di lavoro crea lettere bellissime per altre persone (epoca dunque in cui parlare d'amore o di ringraziamento o di auguri è compito delegato ad altri, pagati apposta per perderci tempo) e sentimentalmente è un disastro, perché quegli stessi sentimenti che immagina e detta per terzi, lui alla moglie non ha saputo comunicarli e deve ora firmarle le carte per il divorzio.
In questa epoca fittizia (ma non troppo), in cui per strada la gente parla solo col proprio telefono, il proprio tablet, il portatile o l'auricolare, hanno inventato il sistema operativo più all'avanguardia di tutti: OS1, capace di evolvere, interagendo con il possessore.
E questi OS sono straordinariamenti intelligenti, anzi sono di più: sono veri come persone, tranne che per il corpo. Ed evoluzionano come noi, imparando non solo le esigenze di chi le ha acquistate, ma anche la rabbia, la felicità, la speranza, la frustazione e soprattutto l'amicizia e l'amore.
Theodore compra uno di questi sistemi operativi e si stupisce di scoprire al di là dell'auricolare (ideale corazza che teoricamente assicura protezione a chi ne fruisce, potendovisi rivolgere senza timore di essere ferito, confidandovisi senza essere giudicato), viva all'interno di un disco rigido, una mente, un'intelligenza, una donna, Samantha, così reale e pura e divertente da potersi innamorare di lei, venendo ricambiato, giungendo a un amore oltre il platonismo, oltre la carnalità.
Questa è una storia d'amore immensamente curiosa: il povero protagonista è in parte incompreso dagli altri, dalla ex moglie, per la quale una relazione con un computer è una chiara dimostrazione del non essere ancora in grado di gestire la propria sfera emozionale; in parte dubita di sé, in parte è esaltato da questo nuovo amore; più avanti trova l'apertura di chi accetta questa forma d'amare, la solidarietà di altre persone che hanno trovato nei nuovi OS amici e compagni.
Ma l'amore è costantemente uguale a sé stesso, che si scelga di amare una persona (di sesso opposto o del proprio), un animale (e mentre scrivo non posso non pensare all'episodio Che cos'è la sodomia? di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso) o un'intelligenza artificiale.
L'amore ha, quindi, quelle gradevoli e sgradevoli costanti, che sono l'eccitazione, le farfalle nello stomaco, la perdita del senno e dell'appetito, ma anche i problemi: la gelosia, le mezze verità, la mal tolleranza delle limitazioni del partner. Un rapporto per come lo si giri, anche se è il più unico del mondo (e chiunque sia stato innamorato ha creduto che il proprio lo fosse), ovvero quello tra umano e sistema operativo, ha dei punti di incomprensione, di difficoltà. Questo film ha il pregio di affrontare il discorso da un punto di vista originale, ma racconta comunque una storia d'amore, che proprio per la sua unicità è arricchita di molti problemi in più, oltre ai "più classici". E questa storia scappa dalle mani a Theodore, a Samantha (che nel suo percorso di formazione, impara non solo di essere capace di amare, ma essendo un'"intelligenza" anche di potere e volere conoscere più persone, più menti), ma anche ai creatori degli OS, che avendo scoperto possibilità nuove, decidono di esplorarle e di esplorarsi lontano dagli uomini.
Amaro il finale, come quello di molte altre storie d'amore, anche umano-umano, ma non importa. Non è "l'amaro in bocca" che lascia questo film all'uscita dalla sala cinematografica.
Tuttaltro: è la soddisfazione di aver visto un bel film, trattato bene (nessuno ne dubitava dopo l'Oscar ricevuto da Jonze per la sceneggiatura originale); l'emozione per una storia (d'amore) finalmente originale, ingegnosa, ma anche dolce. Un'analisi non superficiale non solo degli stereotipi (veri) sull'amore, ma anche della nostra società ai tempi degli smart-phone&co. e la provocazione che ne segue: visto che passiamo tanta parte della nostra vita appiccicati a dispositivi elettronici di vario tipo, che le nostre vite sociali si riducono ai social-network (e il gioco di parole è voluto) e conosciamo le persone più sul web che al bar, perché non viviamo anche delle relazioni virtuali? Ancora il sesso e il caffè i nostri computer non ce li fanno (ma non è neppure poi vero, tra reale e virtuale è rimasta una minima sfumatura e su quale sia la finzione e quale la realtà non possiamo più mettere la mano sul fuoco), ma forse davvero non manca molto.
Così il rapporto umano-robot che ai tempi dei film sopracitati era fantascienza, oggi ha poco di fantasia. Il tema resta lo stesso, ma negli anni evoluziona e cambia il punto di vista. L'avevano trattato i più grandi (Kubrick, Spilberg, Scott) e per tornare a parlarne con originalità serviva un altro grande (Spike Jonze), che ha creato un prodotto intelligente e piacevole, non solo per la storia, che infatti è stata premiata, ma anche per la fotografia, le scenografie, curate negli esterni e negli interni, attentissimo il gioco di colori degli arredi, sempre in tono con gli abiti dei personaggi, altrettanto ben selezionati: ho adorato i colori pastello, caldi e meravigliosi, di questo film e la luce, che sempre creava giochi speciali.
Convincente anche il cast, specialmente Phoenix, dolce e umano; ma anche Amy Adams, nel ruolo di insicura (per la verità questa insicurezza pervade quasi tutti i personaggi umani, compreso Theodore e la sua ex moglie Catherine, al contrario di Samantha, che è quasi priva delle fragilità umane, mentalmente più elevata degli uomini, in quarto artificiale e dunque tendente alla perfezione), ruolo molto diverso da quello che aveva calzato in American Hustle; e naturalmente anche Scarlett Johanson, che, nonostante l'assenza del corpo, e quindi della gestualità, che l'hanno caratterizzata come icona di sensualità, se la cava comunque bene.
Insomma io potrei giurare che è da molto tempo che al cinema non trovavo un film così ben pensato e bello.
Fossi in chi legge, me lo andrei a vedere.
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sabato 5 aprile 2014
L'amore ai tempi degli O. S.
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mercoledì 5 febbraio 2014
Waiting Academy Awards: previsioni sulla migliore attrice
Cominciamo ad analizzare le più importanti categorie dei prossimi Academy Awards, partendo dalla migliore attrice protagonista. Le candidate sono:
Partiamo dalla performance della Bullock in tuta spaziale di Gravity, su cui già avevo espresso le mie perplessità: sola e avvilita nello spazio, fornisce una recitazione buona, ma non da Oscar. Personalmente avrei preferito nella cinquina finalista Emma Thompson, per l'intenso, commovente personaggio della scrittrice P.L.Travers in Saving Mr Banks.

Maryl Streep in August: Osage County dà l'anima a un personaggio molto sfaccettato, una donna con grossi complessi, sviluppati fin dall'infanzia, in un precario equilibro che sembra incrinarsi sempre di più. Brillante prova, sia nelle scene in cui mentalmente si assenta, sia in quelle in cui, offuscata dai farmaci o in una parvenza di lucidità, svela vene di pura cattiveria. Ecco un assaggino:
Amy Adams ha ricevuto negli ultimi anni ben quattro nominations come miglior attrice non protagonista, senza però vincere (the Master, Junebug, Il Dubbio, The Fighter) ma quest'anno è in lizza come attrice protagonista per American Hustle, in cui interpreta la truffatrice Sydney Prosser, innamorata del socio di -loschi- affari Irving Rosenfeld e gelosa della moglie di lui. Scoperti dall'agente federale Richie Di Maso, i due sono costretti a partecipare all'operazione Abscam, realmente realizzatasi negli anni '70 per incastrare alcuni membri del congresso per corruzione. Per venirne fuori i nostri due truffatori dovranno dare il massimo, recitando la loro parte al meglio, specialmente Sydney, che cercherà anche, con successo, di far perdere la testa a Di Maso.
Seducente, furba, innamorata, a tratti furiosa, la Adams rende il suo personaggio il centro del film, tenendo in pugno i due uomini che le gravitano attorno, in un'interpretazione divertente e molto, molto buona. La sua sfortuna, come negli anni precedenti, è quella di avere rivali con interpretazioni ancora migliori della sua (Rachel Weisz; Penelope Cruz; Melissa Leo; l'anno scorso fu l'intensissima interpretazione della splendida Anne Hathaway, quest'anno quella di Cate Blanchette).
Veniamo a Judi Dench, che protagonizza il film basato sulla vera storia di una donna irlandese che, abbandonata in un convento di suore perché rimasta incinta, si vede portare via il bambino dalle stesse suore che vendevano i figli delle ragazze del convento a ricche coppie americane. Cinquant'anni dopo Philomena decide di raccontare la sua verità al giornalista in crisi Martin Sixsmith (Steve Coogan che con Jeff Pope ha ricevuto una nomination per la migliore sceneggiatura non originale), che scriverà il libro da cui è tratto il film. La buffa coppia parte così alla ricerca del figlio perduto tanti anni prima. Philomena è in lizza per l'Oscar, come la colonna sonora preziosa di Alexandre Desplat, che fa da sottofondo.
Se, come me, eravate abituati alla Judi Dench del Diario di uno Scandalo (in cui era co-protagoista con Cate Blanchette), o che interpretava M o la regina Elisabetta I (parte che curiosamente hanno interpretato sia la Dench che la Blanchette), sempre comunque austera, efficiente, piuttosto severa, rimarrete impressionati dalla dolcezza del personaggio di Philomena, ingenua, religiosa, positiva, toccante, ma anche comprensiva e determinata, sorprendente in ogni decisione che prende. Una Judi Dench ancora meravigliosa e capace di adattarsi brillantemente a un personaggio così insolito per lei. Quest'anno purtroppo ha come rivale una Cate Blanchette in forma eccezionale, già vincitrice ai Sag e ai Golden Globes e data per favorita.
Questa è la scena in cui Philomena racconta, animatissima, la trama di un libretto rosa appena terminato a Sixsmith, che non condivide l'entusiasmo della donna per quel particolare genere letterario.
Cate Blanchette è la protagonista dell'ultimo capolavoro di Woody Allen, Blue Jasmine. La storia inizia quando l'elegante, molto altezzosa, Jasmine viene catapultata fuori dal suo dorato mondo (perdendo la sfavillante casa, il bel marito, ricco e di successo, l'attiva vita sociale) dritta nella più umile casa della sorella adottiva Ginger (Sally Hawking), alla prese, questa, con i normali problemi di una donna di ceto medio-basso: il lavoro da commessa, i figli, il nuovo fidanzato abbastanza cafone. La storia del fallimento del marito, interpretato da Alec Baldwin, e del conseguente crollo della vita di Jasmine è raccontato tramite falshback, intercalati nella storia con un sapiente montaggio, che avrebbe meritato una nomination agli Oscar. Tra le nomination ricevute, invece, oltre a quella di Cate Blanchette c'è quella a migliore attrice non protagonista per Sally Hawking (brillante e simpatica, romantica e un po' ingenua, accattivante nel suo essere il contrario della sorella, pur non smettendo di provare affetto per lei e ad aiutarla) e la sceneggiatura originale di Woody Allen.
Jasmine non sa adattarsi alla nuova vita: privata repentinamente di tutto, sebbene si cimenti con scarsi risultati a reinventarsi, la sua mente non regge il peso (nemmeno con l'aiuto di antidepressivi buttati giù a bicchierate di alcol) e continua a cercare la finzione di una vita diversa, prima con l'affascinante Dwight, poi perdendosi in sé stessa. Cate Blanchette è bellissima, semplicemente magistrale nel ruolo della pazza e della snob che guarda con disgusto tutti i membri del piccolo mondo in cui si è ritrovata senza volerlo. Difficile assegnare l'Oscar a qualcun'altra, ma le interpretazioni in nomination quest'anno sono di straordinario livello e tutte meritano di essere viste e apprezzate.
Cate Blanchette
Judi Dench
Amy Adams
Amy Adams
Maryl Streep
Sandra Bullock
Sandra Bullock
Partiamo dalla performance della Bullock in tuta spaziale di Gravity, su cui già avevo espresso le mie perplessità: sola e avvilita nello spazio, fornisce una recitazione buona, ma non da Oscar. Personalmente avrei preferito nella cinquina finalista Emma Thompson, per l'intenso, commovente personaggio della scrittrice P.L.Travers in Saving Mr Banks.

Maryl Streep in August: Osage County dà l'anima a un personaggio molto sfaccettato, una donna con grossi complessi, sviluppati fin dall'infanzia, in un precario equilibro che sembra incrinarsi sempre di più. Brillante prova, sia nelle scene in cui mentalmente si assenta, sia in quelle in cui, offuscata dai farmaci o in una parvenza di lucidità, svela vene di pura cattiveria. Ecco un assaggino:
Amy Adams ha ricevuto negli ultimi anni ben quattro nominations come miglior attrice non protagonista, senza però vincere (the Master, Junebug, Il Dubbio, The Fighter) ma quest'anno è in lizza come attrice protagonista per American Hustle, in cui interpreta la truffatrice Sydney Prosser, innamorata del socio di -loschi- affari Irving Rosenfeld e gelosa della moglie di lui. Scoperti dall'agente federale Richie Di Maso, i due sono costretti a partecipare all'operazione Abscam, realmente realizzatasi negli anni '70 per incastrare alcuni membri del congresso per corruzione. Per venirne fuori i nostri due truffatori dovranno dare il massimo, recitando la loro parte al meglio, specialmente Sydney, che cercherà anche, con successo, di far perdere la testa a Di Maso.
Seducente, furba, innamorata, a tratti furiosa, la Adams rende il suo personaggio il centro del film, tenendo in pugno i due uomini che le gravitano attorno, in un'interpretazione divertente e molto, molto buona. La sua sfortuna, come negli anni precedenti, è quella di avere rivali con interpretazioni ancora migliori della sua (Rachel Weisz; Penelope Cruz; Melissa Leo; l'anno scorso fu l'intensissima interpretazione della splendida Anne Hathaway, quest'anno quella di Cate Blanchette).
Veniamo a Judi Dench, che protagonizza il film basato sulla vera storia di una donna irlandese che, abbandonata in un convento di suore perché rimasta incinta, si vede portare via il bambino dalle stesse suore che vendevano i figli delle ragazze del convento a ricche coppie americane. Cinquant'anni dopo Philomena decide di raccontare la sua verità al giornalista in crisi Martin Sixsmith (Steve Coogan che con Jeff Pope ha ricevuto una nomination per la migliore sceneggiatura non originale), che scriverà il libro da cui è tratto il film. La buffa coppia parte così alla ricerca del figlio perduto tanti anni prima. Philomena è in lizza per l'Oscar, come la colonna sonora preziosa di Alexandre Desplat, che fa da sottofondo.
Se, come me, eravate abituati alla Judi Dench del Diario di uno Scandalo (in cui era co-protagoista con Cate Blanchette), o che interpretava M o la regina Elisabetta I (parte che curiosamente hanno interpretato sia la Dench che la Blanchette), sempre comunque austera, efficiente, piuttosto severa, rimarrete impressionati dalla dolcezza del personaggio di Philomena, ingenua, religiosa, positiva, toccante, ma anche comprensiva e determinata, sorprendente in ogni decisione che prende. Una Judi Dench ancora meravigliosa e capace di adattarsi brillantemente a un personaggio così insolito per lei. Quest'anno purtroppo ha come rivale una Cate Blanchette in forma eccezionale, già vincitrice ai Sag e ai Golden Globes e data per favorita.
Questa è la scena in cui Philomena racconta, animatissima, la trama di un libretto rosa appena terminato a Sixsmith, che non condivide l'entusiasmo della donna per quel particolare genere letterario.
Cate Blanchette è la protagonista dell'ultimo capolavoro di Woody Allen, Blue Jasmine. La storia inizia quando l'elegante, molto altezzosa, Jasmine viene catapultata fuori dal suo dorato mondo (perdendo la sfavillante casa, il bel marito, ricco e di successo, l'attiva vita sociale) dritta nella più umile casa della sorella adottiva Ginger (Sally Hawking), alla prese, questa, con i normali problemi di una donna di ceto medio-basso: il lavoro da commessa, i figli, il nuovo fidanzato abbastanza cafone. La storia del fallimento del marito, interpretato da Alec Baldwin, e del conseguente crollo della vita di Jasmine è raccontato tramite falshback, intercalati nella storia con un sapiente montaggio, che avrebbe meritato una nomination agli Oscar. Tra le nomination ricevute, invece, oltre a quella di Cate Blanchette c'è quella a migliore attrice non protagonista per Sally Hawking (brillante e simpatica, romantica e un po' ingenua, accattivante nel suo essere il contrario della sorella, pur non smettendo di provare affetto per lei e ad aiutarla) e la sceneggiatura originale di Woody Allen.
Jasmine non sa adattarsi alla nuova vita: privata repentinamente di tutto, sebbene si cimenti con scarsi risultati a reinventarsi, la sua mente non regge il peso (nemmeno con l'aiuto di antidepressivi buttati giù a bicchierate di alcol) e continua a cercare la finzione di una vita diversa, prima con l'affascinante Dwight, poi perdendosi in sé stessa. Cate Blanchette è bellissima, semplicemente magistrale nel ruolo della pazza e della snob che guarda con disgusto tutti i membri del piccolo mondo in cui si è ritrovata senza volerlo. Difficile assegnare l'Oscar a qualcun'altra, ma le interpretazioni in nomination quest'anno sono di straordinario livello e tutte meritano di essere viste e apprezzate.
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martedì 14 gennaio 2014
Remembering last Golden Globes
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| Jared Leto (Miglior Attore non protagonista) |
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| Jennifer Lawrence (Miglior Attrice non protagonista) |
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| Paolo Sorrentino (il regista della Grande Bellezza ritira il Globe per il miglior film straniero) |
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