lunedì 21 aprile 2014

Viaggio nel mondo Disney: Cenerentola

Uno dei Classici Disney più conosciuti e amati è il capolavoro del 1950, Cenerentola, ispirato alla celebre fiaba di Charles Perrault.


La seconda guerra mondiale è ormai alle spalle. Disney ha un po' più denaro a disposizione e decide di tornare a produrre un lungometraggio animato puro, dopo i film collettivi di cui abbiamo parlato e le animazioni miste sperimentate (che davvero costavano molto meno, tanto che si decise di continuare a utilizzare la live action come modello pre-animazione per contenere i costi di questo nuovo film, utilizzando attori come Helene Stanley per Cenerentola e Anastasia e Jeffrey Stone per il personaggio del Principe, lavorando sull'animazione dei personaggi fino all'edizione definitiva, sfruttando anche l'apporto dei doppiatori, specie Ilene Woods, per conferire più carattere alle figure).

La storia, sebbene differisca un poco dall'originale fiaba, avendone limate le parti più crude, è comunque nota. Figlia di un ricco nobiluomo, che si risposa per garantire all'adorata figlia una madre che le voglia bene, Cenerentola si ritrova in realtà, alla morte del padre, a essere succube della matrigna, affatto incline ad amare la figlioccia, anzi decisa a renderla serva di casa, nascondendo la sua bellezza, decisamente superiore a quella delle figlie di lei, e a trattarla con tutta la malignità possibile.
La vita della povera Cenerentola passa attraverso una routine tutta lavoro e cattiverie delle parenti acquisite nei suoi confronti, fino al giorno in cui tutte le ragazze in età da marito vengono chiamate a un ballo al castello del re, affinché il principe erede possa trovare una sposa.
La sola consolazione della ragazza, sempre gentile e di buon umore, in questa schiavitù domestica è rappresentata dall'amicizia con i topolini e gli altri animali che vivono nella casa, molto affezionati a lei e pronti ad aiutarla e a rallegrare le sue giornate.
Proprio il giorno in cui giunge l'invito al ballo, questi piccoli amici le dimostrano tutta la loro lealtà: la matrigna, decisa a non far partecipare Cenerentola, le promette di portarla solo se la fanciulla sarà in grado di sbrigare tutte le faccende domestiche affidategli e procurarsi un abito. Naturalmente la donna fa in modo di assegnare alla ragazza una tale quantità di mansioni da renderle assolutamente impossibile preparare il vestito, ma i topolini, capitanati dall'impavido Giac e il dolcissimo, imbranato Gas Gas, si organizzano per completare in tempo l'abito, che verrà però strappato dalle sorellastre invidiose.
A questo punto della storia i "cattivi" sono riusciti nel loro intento: sventare ogni onesto tentativo dei "buoni" di raggiungere l'obiettivo, cioè mandare Cenerentola al ballo.
Ma nelle fiabe è a questo punto che entra in gioco l'elemento magico, l'aiutante, in questo caso specifico la Fata Smemorina, che con le parole magiche della canzone Bibbidi-Bobbidi-Bu (e così la Disney dimostra ancora una volta che bastano poche sillabe senza senso per creare una canzone di successo, come Hi-Diddle-Dee-Dee, cantata dalla Volpe in Pinocchio o come la celebre Supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins) rimedia a Cenerentola carrozza, cavalli, cocchiere e lacché (trasformando rispettivamente una zucca, quattro topini, il cavallo e il cane Tobia) e un abito stupendo con scarpette di cristallo.
Come noto, Cenerentola, che ha tempo solo fino allo scoccare della mezzanotte prima che gli incantesimi della fata svaniscano, giunge al ballo e fa innamorare il Principe, con cui balla tutta la notte, scatenando l'invidia di ogni altra ragazza, specialmente delle sue sorellastre Anastasia e Genoveffa, che però non la riconoscono e non sospettano possa essere lei. Quando arriva la mezzanotte, la ragazza fugge, senza lasciare al Principe nessun altro indizio per ritrovarla, all'infuori di una delle scarpette di cristallo, che perde durante la fuga e che diviene oggetto di un proclama per ritrovare la giovane che il principe desidera sposare: chi sarà in grado di calzare la minuscola scarpina, sarà futura sposa del Principe.
All'annuncio di questo proclama in casa Tremaine, la matrigna comprende, dalla reazione della sua figlioccia, che era lei la ragazza misteriosa che il Principe ora cerca e la rinchiude nella sua stanza, prima dell'arrivo del Granduca Monocola, incaricato dal re di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del paese.
Anche stavolta l'aiuto dei piccoli amici, che recuperano la chiave dalla tasca della matrigna e liberano Cenerentola, e la provvidenza della Fata, che aveva lasciato l'altra scarpetta alla ragazza, assicurano il lieto fine della storia, permettendo al Granduca di riconoscere la ballerina misteriosa del ballo e portarla al castello.

Morale della favola: nell'essere giusti e buoni si riceve sempre un aiuto, una ricompensa. Occorre dunque sempre comportarsi in modo retto e giusto, credendo nei propri sogni, come ricorda I Sogni son desideri: impegnandosi nel realizzarli si viene premiati, mentre la cattiveria non paga.

Il pregio di questo cartone animato è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi secondari: la storia è conosciuta e scontata, Cenerentola è la classica principessa dal buon cuore, vittima della crudele matrigna (come già Biancaneve prima di lei), ingenua e smaliziata, tanto da non essersi nemmeno accorta che era con il Principe che aveva ballato tutta la sera e il Principe è nient'altro che una presenza idealizzata, che in tutto il film si vede appena e si sente parlare ancora meno.
Il film, però, che comunque rimane sotto le righe rispetto a capolavori precedenti e successivi, è animato dagli altri personaggi, importanti co-protagonisti, più che personaggi secondari, di Cenerentola.
Innanzitutto i topini di cui già abbiamo parlato: buoni e cari, tutti simpatici e pieni d'inventiva, aiutano Cenerentola in ogni occasione e arricchiscono il racconto narrativo, in cui si intercalano le loro avventure col gatto Lucifero, la cui cattiveria è pari a quelle delle sue padrone. Tra fughe e dispetti di ogni sorta da una parte e dall'altra, questa contrapposizione gatto-topo è particolarmente riuscita.


Meno importanti, ma comunque simpatici, gli uccellini azzurri, il cavallo e il cane Tobia.
Venendo ai personaggi umani, estremamente simpatici sono il Gran Duca Monocolao, pieno di sussiego e terrorizzato dal buffo, piccolo, irascibile re e la Fata Smemorina, distratta, ma molto buona.


Tuttaltro che simpatiche, anzi odiose, le sorellastre: viziate e acide, pronte a rivalersi sulla povera Cenerentola anche senza motivo.
Ma peggiore ancora, subdola e malvagia, Madame Tremaine, che ha in odio la figlia del defunto marito e fa di tutto per negarle agio e felicità. Spesso mostrata in ombra, non raggiunge la cattiveria e la maestosità di Grimilde, né incute lo stesso terrore (la regina cattiva di Biancaneve voleva addirittura uccidere la figlioccia, ma a parte la diversità di intenti delle due donne, stabilita dalle fiabe, a tredici anni di distanza dal primo film Disney i tempi sono cambiati e Cenerentola si potrebbe definire il primo lungometraggio interamente adatto ai bambini, specie grazie alla presenza dei divertenti topolini), ma raggiunge in qualche scena momenti di grande fascino, come l'immagine che la ritrae quasi come un gatto, al buio, con solo gli occhi illuminati dalla cattiveria per il proposito che le è appena venuto in mente, di impedire a Cenerentola di provare la scarpetta.

Molti anni dopo, nel 2002 e poi nel 2007 furono prodotti due sequel di Cenerentola, di qualità molto inferiore, destinati esclusivamente all'home video: Cenerentola II - Quando i sogni diventano realtà (costituito da tre episodi distinti) e Cenerentola III - Il gioco del destino, con una trama più consistente.

sabato 5 aprile 2014

L'amore ai tempi degli O. S.

Operative Sistem.
Sempre più avanzati, funzionali. A volte scherziamo, chiedendoci tra quanto creeranno il primo telefono o computer che ci farà anche il caffè. Ma c'è poco da scherzare, perché oggigiorno questi dispositivi sono davvero smart, hanno una sorta di intelligenza (sarebbe quasi d'obbligo un parallelo con A.I. di Kubrick-Spielgberg o con Blade Runner di Ridley Scott). Hanno pure la parola: ci leggono gli sms mentre siamo in macchina. E allora cosa gli manca? L'emozione. L'amare.
Fra quanto incominceranno ad amare?



In un presente/futuro non definito, Joaquin Phoenix è Theodore, che di lavoro crea lettere bellissime per altre persone (epoca dunque in cui parlare d'amore o di ringraziamento o di auguri è compito delegato ad altri, pagati apposta per perderci tempo) e sentimentalmente è un disastro, perché quegli stessi sentimenti che immagina e detta per terzi, lui alla moglie non ha saputo comunicarli e deve ora firmarle le carte per il divorzio.
In questa epoca fittizia (ma non troppo), in cui per strada la gente parla solo col proprio telefono, il proprio tablet, il portatile o l'auricolare, hanno inventato il sistema operativo più all'avanguardia di tutti: OS1, capace di evolvere, interagendo con il possessore.
E questi OS sono straordinariamenti intelligenti, anzi sono di più: sono veri come persone, tranne che per il corpo. Ed evoluzionano come noi, imparando non solo le esigenze di chi le ha acquistate, ma anche la rabbia, la felicità, la speranza, la frustazione e soprattutto l'amicizia e l'amore.
Theodore compra uno di questi sistemi operativi e si stupisce di scoprire al di là dell'auricolare (ideale corazza che teoricamente assicura protezione a chi ne fruisce, potendovisi rivolgere senza timore di essere ferito, confidandovisi senza essere giudicato), viva all'interno di un disco rigido, una mente, un'intelligenza, una donna, Samantha, così reale e pura e divertente da potersi innamorare di lei, venendo ricambiato, giungendo a un amore oltre il platonismo, oltre la carnalità.
Questa è una storia d'amore immensamente curiosa: il povero protagonista è in parte incompreso dagli altri, dalla ex moglie, per la quale una relazione con un computer è una chiara dimostrazione del non essere ancora in grado di gestire la propria sfera emozionale; in parte dubita di sé, in parte è esaltato da questo nuovo amore; più avanti trova l'apertura di chi accetta questa forma d'amare, la solidarietà di altre persone che hanno trovato nei nuovi OS amici e compagni.
Ma l'amore è costantemente uguale a sé stesso, che si scelga di amare una persona (di sesso opposto o del proprio), un animale (e mentre scrivo non posso non pensare all'episodio Che cos'è la sodomia? di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso) o un'intelligenza artificiale.
L'amore ha, quindi, quelle gradevoli e sgradevoli costanti, che sono l'eccitazione, le farfalle nello stomaco, la perdita del senno e dell'appetito, ma anche i problemi: la gelosia, le mezze verità, la mal tolleranza delle limitazioni del partner. Un rapporto per come lo si giri, anche se è il più unico del mondo (e chiunque sia stato innamorato ha creduto che il proprio lo fosse), ovvero quello tra umano e sistema operativo, ha dei punti di incomprensione, di difficoltà. Questo film ha il pregio di affrontare il discorso da un punto di vista originale, ma racconta comunque una storia d'amore, che proprio per la sua unicità è arricchita di molti problemi in più, oltre ai "più classici". E questa storia scappa dalle mani a Theodore, a Samantha (che nel suo percorso di formazione, impara non solo di essere capace di amare, ma essendo un'"intelligenza" anche di potere e volere conoscere più persone, più menti), ma anche ai creatori degli OS, che avendo scoperto possibilità nuove, decidono di esplorarle e di esplorarsi lontano dagli uomini.
Amaro il finale, come quello di molte altre storie d'amore, anche umano-umano, ma non importa. Non è "l'amaro in bocca" che lascia questo film all'uscita dalla sala cinematografica.
Tuttaltro: è la soddisfazione di aver visto un bel film, trattato bene (nessuno ne dubitava dopo l'Oscar ricevuto da Jonze per la sceneggiatura originale); l'emozione per una storia (d'amore) finalmente originale, ingegnosa, ma anche dolce. Un'analisi non superficiale non solo degli stereotipi (veri) sull'amore, ma anche della nostra società ai tempi degli smart-phone&co. e la provocazione che ne segue: visto che passiamo tanta parte della nostra vita appiccicati a dispositivi elettronici di vario tipo, che le nostre vite sociali si riducono ai social-network (e il gioco di parole è voluto) e conosciamo le persone più sul web che al bar, perché non viviamo anche delle relazioni virtuali? Ancora il sesso e il caffè i nostri computer non ce li fanno (ma non è neppure poi vero, tra reale e virtuale è rimasta una minima sfumatura e su quale sia la finzione e quale la realtà non possiamo più mettere la mano sul fuoco), ma forse davvero non manca molto.
Così il rapporto umano-robot che ai tempi dei film sopracitati era fantascienza, oggi ha poco di fantasia. Il tema resta lo stesso, ma negli anni evoluziona e cambia il punto di vista. L'avevano trattato i più grandi (Kubrick, Spilberg, Scott) e per tornare a parlarne con originalità serviva un altro grande (Spike Jonze), che ha creato un prodotto intelligente e piacevole, non solo per la storia, che infatti è stata premiata, ma anche per la fotografia, le scenografie, curate negli esterni e negli interni, attentissimo il gioco di colori degli arredi, sempre in tono con gli abiti dei personaggi, altrettanto ben selezionati: ho adorato i colori pastello, caldi e meravigliosi, di questo film e la luce, che sempre creava giochi speciali.
Convincente anche il cast, specialmente Phoenix, dolce e umano; ma anche Amy Adams, nel ruolo di insicura (per la verità questa insicurezza pervade quasi tutti i personaggi umani, compreso Theodore e la sua ex moglie Catherine, al contrario di Samantha, che è quasi priva delle fragilità umane, mentalmente più elevata degli uomini, in quarto artificiale e dunque tendente alla perfezione), ruolo molto diverso da quello che aveva calzato in American Hustle; e naturalmente anche Scarlett Johanson, che, nonostante l'assenza del corpo, e quindi della gestualità, che l'hanno caratterizzata come icona di sensualità, se la cava comunque bene.
Insomma io potrei giurare che è da molto tempo che al cinema non trovavo un film così ben pensato e bello.
Fossi in chi legge, me lo andrei a vedere.


Viaggio nel modo Disney: i film collettivi e la tecnica mista

In questa nuova tappa del viaggio nel mondo della filmografia Disney andiamo a  raccontare i cartoni meno conosciuti e commerciali, quelli che non sono passati alla storia e che i bimbi di oggi non conoscono, quelli che uscirono tra il 1946 e il 1949.
Durante la seconda guerra mondiale non fu possibile lavorare su grandi progetti di lungometraggio: costavano troppo (e Disney già aveva perduto denaro a causa della guerra) e inoltre il personale di Disney era chiamato alle armi o alla produzione di film di propaganda. Fu lo stesso esercito degli Stati Uniti che l'8 dicembre del 1941, il giorno dopo l'attacco a Pearl Harbour, entrò negli Studios Disney a chiedere la collaborazione degli artisti. Così si creavano per lo più cortometraggi e a Disney venne l'idea di creare prodotti di lunghezza più considerevole montando insieme diversi corti nei cosiddetti film collettivi: durante la guerra e poi successivamente ne furono prodotti sei, che uscirono tra il '43 e il '49.
Andrea ha parlato nell'ultimo post dei primi due, Saludos Amigos e I Tre Caballeros, che ricevettero più diffusione e fama degli altri quattro successivi, di cui parlerò oggi.
Il primo di cui vado a occuparmi è Musica, Maestro! che, con Lo scrigno delle sette perle, costituisce l'eredità di Fantasia e la sua versione più popolare. Si tratta infatti di due antologie musicali, meno raffinate e apprezzate, ma con alcuni sfiziosi momenti di pregio.
Musica, Maestro! si articola in dieci episodi sconnessi, neppure uniti dal filo conduttore che la musica classica era per Fantasia. Al contrario, sono canzoni di generi distinti che caratterizzano gli episodi.
Make Mine Music, motivo che accompagna i titoli di testa -e titolo originale- introduce il primo episodio, I Testoni e i Cuticagna, versione montanara di Romeo e Giulietta che suscitò critiche e censura per via delle violente scene, inadatte ai bambini. Successivo episodio è Palude Blue, i cui disegni bellissimi sarebbero già dovuti apparire in Fantasia, ma sulle note di Claire de Lune di Claude Deboussy, che fu invece sostituita dalla canzone dei Ken Darby da cui prende il titolo attuale. Molto magico, molto poco commerciale. Stessa critica vale per Without You (Senza Te) -i disegni di stelle, alberi e finestre appena accennate ricordano lo scenario enigmatico che faceva da fondo all'Ave Maria di Shoubert in Fantasia-, per Two Siluhettes -quelle dei ballerini David Lichine e Tatiana Riabouchinska che danzano col passare delle stagioni in un bel giardino insieme a due cupidi- e per Casey at the Bat, tolto dalla versione italiana poiché la poesia che vi si recita racconta il fallimento di un arrogante giocatore di baseball, sport sconosciuto in Italia nel 1946.
Le vere perle di questo film, però, sono i due cortometraggi che prendono vita grazie al celebre clarinettista Benny Goodman. Il primo è All the Cats Join in. Il titolo fa riferimento ai giovani che nell'America degli anni '40 si ritrovavano per ballare il jazz e il boogie woogie suonati dal juke-box sulle piste da ballo. Divertentissimo grazie alla musica di Goodman, molto originale per i disegni, realizzati "sul momento" da una matita. Da vedere.

 

Il secondo cortometraggio è After You've Gone. Ancora il jazz e ancora disegni simpaticissimi: gli strumenti musicali che si animano e danzano, come la Tromba giocoliere, che poi sfida sul ring un Violoncello e il Tamburo che rincorre gli altri strumenti. Consiglio moltissimo anche questo breve corto. Le dita che ballano sulla tastiera sono davvero un'idea stupenda! Surrealista.


La storia più lunga e corposa di questo film collettivo è Pierino e il Lupo, raccontata sulla composizione di Sergei Prokofiev, in cui ogni personaggio è rappresentato da uno strumento dell'orchestra: il quartetto d'archi Pierino, l'oboe l'anatra Sonia, un flauto alto l'uccellino Sasha, un clarinetto bassissimo Ivan il gatto, il fagotto per il nonno e i timpani per i cacciatori, mentre il lupo dagli occhi assetati di sangue è evocato da trombe e cembali. La voce narrante è di Sterling Holloway, doppiato da Stefano Sibaldi. Questo corto fu poi confezionato in un'altra antologia musicale per l'home video -Pierino e il Lupo appunto- in cui viene accompagnato da Music Land e Symphony Hour. Personalmente trovo l'episodio molto carino.


Altro delizioso -per chi scrive- episodio è la romantica storia del cappello Johnnie, che si innamora di un cappello femmina di nome Alice, con cui condivide la vetrina di una boutique. Venduti separatamente, passeranno di testa in testa per poi ritrovarsi e restare insieme. In Musica, Maestro! questo cortometraggio aveva il nome di Gianni di Feltro e Alice di Paglia, ma è conosciuto anche per la riedizione in Topolino Amore Mio, raccolta di storie d'amore a cartoni animati, col nome de Il cappello innamorato.


Chiude il film una storia molto triste, quella della Balena Ugoladoro (o La balena che voleva cantare all'opera) Willie/Gianni -a seconda delle edizioni-, cacciata da un impresario, a bordo di una barca con arpione, che crede alla diceria che abbia inghiottito un vero cantante dell'opera, anzi tre! (il cantante Nelson Eddy, doppiatore della balena, interpretò tre voci distinte, nella versione italiana riprodotte da Alberto Sordi e Saturno Meletti). Nonostante i tentativi degli uomini dell'equipaggio di fermare il cacciatore, questi finisce con l'uccidere la balena, che però continuerà a cantare in cielo.
Il film vinse il Grand Prix Internacional du dessin animé al Festival di Cannes. Due anni dopo, sulla sua scia nacque Lo scrigno delle Sette Perle, raccolta di sette episodi musicali a cartoni: Once Upon a Wintertime (storia di due fidanzati che litigano sul ghiaccio), Bumble Boogie (molto, molto carina l'avventura del calabrone che cerca di fuggire a "un incubo musicale", sul divertente jazz di Freddy Martin, che lo riprende proprio dal Volo del Calabrone di Rimsky-Korsakov); il dolcissimo Johnny Semedimela (storia del pionere John Chapman); Little Toot (la "perla marina", percorso di redenzione di un avventato giovane rimorchiatore che segna, isieme alla storia del cappello Johnnie e dell'aereoplano Pedro di Saludos Amigos, il passaggio dell'animazione Disney agli oggetti: la magia si estende alla materia inanimata, primo passo che porterà a futuri capolavori come Cars, e prima Toy Story, che dà vita ai giocattoli); Trees, omaggio a un albero, rappresentato attraverso le stagioni.
Le ultime due "perle" sono le più riuscite e carine di tutto il film: ritroviamo Paperino e José Carioca danzare al ritmo della samba suonata dall'organista Ethel Smith in Blame it on the Samba e infine Roy Rogers, Bob Nolan e i Sons of the Pioneers raccontano la storia del cowboy Pecos Bill in una riuscitissima tecnica mista.


Bongo e i tre avventurieri, il quarto in ordine cronologico dei film collettivi (1947),  in realtà fu pensato prima di Musica, Maestro, ma dovette aspettare molto tempo per venire alla luce, passando attraverso vari cambiamenti di disegni e accorpamenti. Nasce, però, come nuova spinta a Topolino, la cui notorietà era stata un po' offuscata dalla nascita di altri personaggi come Pippo e Pluto, che piacevano moltissimo, ma soprattutto Paperino, a mio parere il più simpatico e riuscito di tutti.
Questo film si compone infatti dei due episodi "Bongo" e "Topolino e il Fagiolo Magico" (nato dall'idea di Bill Cottrell e T. Hee, ispiratisi alla fiaba Jack e la Pianta di Fagioli). Il secondo dei due cortometraggi sarebbe dovuto essere inserito -insieme a Il vento tra i salici- nel collettivo Two Faboulus Characters che poi divenne invece Le avventure di Ichabod e Mr. Toad, l'ultimo dei collettivi (contenente anche La leggenda della valle addormentata) uscito nel 1949.
Dunque questi due film collettivi si contrappongono agli altri due per struttura e contenuto: due soli episodi ciascuno, ma più consistenti, più lunghi; l'assenza della musica come motivo caratterizzante l'intero film, non un nuovo esperimento post-Fantasia, ma solo un pratico assemblaggio di due mediometraggi a fare un film lungo -non che tra gli episodi dei due film collettivi musicali ci fosse una connessione più solida.
  • Bongo - l'orsetto ideato da Sinclair Lewis, star del mondo del circo già raccontato in Pinocchio e Dumbo, per cui era stato pensato anche come il prequel. Sfruttato e triste riesce a fuggire dalla gabbia in cui è tenuto e giunge nella foresta, "the lazy country side" cantato da Dinah Shore, tra animaletti dall'aria simpatica tra cui troviamo anche Chip e Chop. Bongo s'innamora di un'orsetta, suscitando la gelosia di un orso enorme. Fraintendendo la dichiarazione d'amore di lei, che tra gli orsi è sancita da uno sberleffo, si sente traidito. Ma quando comprende l'errore riesce a battere il grande orso e a recuperare la fidanzata.
  • Topolino e il Fagiolo Magico - anzi the legend of happy valley, resa tale dall'arpa cantante, che ogni giorno rallegra la valle stessa cantando "what a merry day", finché non viene rapita dal gigante Willie. Precipitata nella siccità e povertà, la valle ora ospita solo i poveri Topolino (che per l'ultima volta è doppiato da Walt Disney, per eccessivi impegni di questi), Paperino, Pippo, a cui altro non resta che una mucca. Spinti dalla fame decidono di vendere l'animale, ma Topolino, che si era incaricato dell'affare, torna a casa con dei fagioli magici. Arrabbiato e affamato, Paperino li getta via. Nella notte i fagioli, finiti sotto la casa, germogliano e trasportano i tre che dormono sopra le nuvole, fino al castello del gigante. Tra imprevisti e fortuna, i tre eroi riescono a recuperare l'arpa, che riporta la felicità nella valle.
Il film è introdotto dal Grillo Parlante che canta "Fan & Fancy Free", che poi è il titolo originale del film. Le due storie, ciascuna lunga circa 35 min, sono narrate, nel caso di Bongo, dalla voce di Dinah Shore, registrata su un vinile che il Grillo Parlante pone su un giradischi, all'interno di una casa in cui si è introdotto; nel secondo caso da Edgar Bergen, il ventriloquo, e dai suoi pupazzi Charlie McCarthy e Mortimer Snerd, alla festa di compleanno di Luana Patten (la stessa attrice a cui era stata raccontata la settima perla, quella di Pecos Bill, allora accanto al fuoco con il piccolo Bobby Driscoll) in cui si introduce anche il Grillo, che aveva trovato un biglietto d'invito nella casa precedente.
  • Il vento tra i Salici - la storia di Mr. Toad, il folle rospo Taddeo, sempre preso da nuove manie che, nonostante i tentativi dei preoccupati amici (tra cui il topo e il talpino, vestiti da Sherlock Holmes e Watson) di fermarlo, lo mettono nei guai. Segnalo la presenza, tra i cattivi della situazione, delle faine-scagnozzo che saranno al seguito del giudice Morton in Chi ha incastrato Roger Rabbit.
  • La leggenda di Sleepy Hollow - il titolo già rimanda al film del 1999 con protagonista Johnny Depp. La storia, del resto, è proprio quella del cavaliere senza testa creato da Washington Irving. Protagonista Ichabod Crane, maestro calcolatore e superstizioso del paesino di Sleepy Hallow, intento a conquistare la bella e ricca Katrina Van Tassel per sistemarsi a vita. Suo rivale in amore è il giovane e irrequieto Brom, che in più occasioni è battuto da Crane, finché non decide, al ballo a casa Van Tassel, di narrare il racconto del famoso cavaliere senza testa che si aggira per il bosco a mezzanotte per fare nuove vittime. Il povero Ichabod, al ritorno dalla festa, deve percorrere proprio quel bosco e s'imbatte nel fantasma. Tenta una fuga per mettersi in salvo al di là del ponte, ma il giorno successivo di lui non si sa più nulla e si trovano solo, oltre il ponte, il suo cappello e una zucca rotta. Decidere se è stato preso dal fantasma o è scappato altrove, sta al giudizio dell'ascoltatore.


In questo film l'organicazione della storia è data dalla scelta introduttiva dei due racconti: prima la voce di  Basil Rathbone annuncia la storia del più -per lui- simpatico personaggio della letteratura inglese (Taddeo), poi quella di Bing Crosby introduce la storia di Ichabod, tratta dallo scaffale della letteratura americana.


I quattro film collettivi che ho trattato oggi hanno obiettivamente una qualità inferiore ai classici prodotti precedentemente e poi successivamente, per ragioni già spiegate: altro non sono che l'accorpamento di cortometraggi, ideati separatamente, per cercare di far uscire dalla fabbrica Disney prodotti ancora di una certa lunghezza. Tra i quattro, di uno scalino più alto, più piacevoli, sono a mio parere i due collettivi musicali; un poco inferiori e grezzi, anche per i disegni, Bongo e i tre avventurieri e Le avventure di Ichabod e Mr Toad. Nonostante questo minore pregio, rimangono film simpatici e meritano tutti e quattro almeno una visione per scoprire personaggi come Johnnie, Pecos Bill, Bongo, Ichaboad che, anche se non sono passati alla storia, hanno una dignità importante e una propria simpatia unica.

Voglio concludere parlando dei due film a tecnica mista prodotti nel periodo che stiamo trattando: I racconti dello Zio Tom (Song of the South, 1946) e Tanto caro al mio cuore (So Dear to My Heart, 1948). Questi sono i primi due veri film a tecnica mista della storia Disney. Era stato già prodotto Il Drago Riluttante come esperimento metà animazione e metà documentario, ma la vera tecnica mista è sul grande schermo per la prima volta solo con questi due film e con i cortometraggi Pecos Bill e Topolino e il fagiolo magico all'interno dei collettivi di cui abbiamo appena parlato e negli episodi di Saludos Amigos e I tre caballeros, trattati da Andrea.
Negli anni a venire sarebbero stati ancora più famosi Mary Poppins, Pomi d'Ottone e Manici di Scopa, Chi ha incastrato Roger Rabbit, il più riuscito e l'ultimo di questo genere.
Protagonisti di entrambi questi film sono ancora i due attori bambini, Luana Patten e Bobby Driscoll, che nel viaggio di oggi abbiamo incontrato più di una volta.
Nel primo film, i ragazzi incontreranno l'ex schiavo Sam, che racconterà loro tre storie, che noi vediamo sviluppate a cartoni, mentre in Tanto caro al mio cuore l'animazione compare appena, tra le pagine di un quaderno di Jerry, il protagonista della storia che racconta l'amicizia tra un bambino e l'agnellino nero che decide di adottare.

lunedì 31 marzo 2014

Viaggio nel Mondo Disney: Walt Disney racconta l'America Latina


Siamo nel 1942 e Walt Disney continua a sfornare un lavoro dopo l’altro e subito dopo Bambi è il turno di un mediometraggio d'animazione collettivo dal titolo “Saludos Amigos”.
Il periodo storico è molto importante, siamo in piena seconda guerra mondiale e molti governi dell’America latina cominciano ad avere sempre più stretti contatti con la Germania nazista. Da qui la decisione di effettuare una propaganda per contrastare questi legami e rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti d’America, decisione che coinvolse molte star di Hollywood, tra le più coinvolte Walt Disney, essendo i suoi personaggi molto popolari in quella parte del mondo.


“Saludos Amigos” è il primo risultato importante di quest’obiettivo. Venne organizzato un viaggio che portò Walt Disney in persona e tutta una serie di suoi aiutanti, disegnatori, compositori ad attraversare il sud America, seguendo l’ordine del lungometraggio precisamente in Bolivia, Perù, Cile, Argentina e Brasile, armati di cinepresa, fogli e matite.
Vennero filmate le moderne città di questi paesi, gli abitanti, i loro usi e costumi, le loro tradizioni e parte di queste riprese verrano inserite pari pari nel risultato finale, diventando un vero documentario estremamente interessante. Vera perla di tutta questa parte di lavoro è il vedere all’opera i disegnatori Disney immortalare su carta i luoghi reali che stavano visitando e dando loro ispirazione, come lo è la presenza di Walt in persona che, nella parte di se stesso, attraversa con noi il film e i luoghi che vengono rappresentati.
In alternanza a queste parti documentario abbiamo quattro cortometraggi d’animazione, che rendono il film composto da singoli episodi dai risultati alterni, uniti in un film collettivo, usanza frequente in quell’epoca. Il primo episodio vede protagonista Paperino, turista ovviamente divertente e sfortunato presso il bellissimo lago Titicaca, situato tra Bolivia e Perù. Episodio con voce fuori campo che accompagna noi e Paperino alla scoperta di usi, costumi e paesaggi di questo incantevole luogo, alternato a una vivace e divertente sequenza di gag tipiche dello sfortunato e adorabile Paperino.
Il secondo episodio vede protagonista Pedro, un piccolo aereo cileno, che un giorno ha l’occasione di coronare il suo sogno, diventare un aereo postale ed affrontare i pericolosi viaggi attraverso le Ande per la consegna e il ritiro della posta. Pedro è il primo personaggio completamente nuovo introdotto in questo cartone, un tenero e piccolo aeroplanino ma dal cuore forte, determinato e coraggioso, che ci rammenta di non arrenderci di fronte alle situazioni più dure e pericolose e di non farci distrarre da tentazioni durante il raggiungimento dell’obiettivo; altro protagonista di questo episodio è il terrificante monte Acongagua. Walt riesce quindi, nonostante l’obiettivo propagandistico dell’opera, a inserire lo stesso significati importanti e scene spaventose, elementi che accompagneranno sempre le opere Disney.


Nel terzo episodio abbiamo protagonista il cowboy Pippo che viene teletrasportato nella pampa argentina e messo a confronto con i Gaucho Argentini, nuovamente per impararne e omaggiarne usi, costumi e abitudini, in un episodio che verrà successivamente censurato, con l’eliminazione della scena dove Pippo fuma una sigaretta.
Se fino a qui i risultati sono nel complesso buoni, ma senza le vette che avevano caratterizzato il passato, con l’ultimo episodio il tutto viene recuperato con gli interessi: sicuramente l’episodio migliore del film e tra i migliori e visionari episodi dell’intera filmografia Disney.
Ci spostiamo in Brasile e viene introdotto un altro nuovissimo personaggio, Josè Carioca, un pappagallo antropomorfo di Rio de Janeiro dall’eccezionale carisma, amico di Paperino, ma capace addirittura, in quest’episodio, di superarlo in carica e simpatia.

Omaggio a José Carioca - Disegno di Andrea G.
Nasce una trascinante sequenza a ritmo di samba, con Josè maestro e Paperino allievo e un magico pennello che ricrea in sequenza un acquerello dei paesaggi e delle atmosfere di Rio, sulle note appunto di Aquarela do Brasil, con continue e geniali trovate visive, in un clima festoso.
Josè insegnerà a Paperino e metaforicamente agli Stati Uniti ad apprezzare e vedere sotto un diverso occhio la sua terra e le sue musiche.


Due anni dopo arriverà “I Tre Caballeros”, secondo importante appuntamento per la celebrazione dei popoli e dei luoghi sudamericani, più riuscito del precedente, unendo stavolta live-action e animazione, con straordinari livelli di interazione, per l’epoca, tra cartoni e umani e continue, fantasiose, visionarie invenzioni. Il film è nuovamente composto da episodi autonomi, legati tra di loro da Paperino (qui trascinante, si prende la sua rivincita contro Josè) che apre i regali di compleanno donati dai suoi amici latino-americani.
Il primo regalo è un proiettore cinematografico, che ci mostra un documentario sugli uccelli rari dell'America del Sud e ci introduce direttamente al primo episodio, che vede protagonista Pablo, un freddoloso pinguino che insegue il sogno di raggiungere luoghi caldi, più congeniali per lui.
Subito dopo entra in scena, seppur brevemente, il primo personaggio veramente esaltante introdotto in questo cartone ossia l’uccello Aracuan, un trascinante, pazzo e imprevedibile uccello dalla cresta rossa che in un solo minuto di presenza si guadagna un posto d’onore tra i personaggi Disney.


Il secondo episodio, il Gauchito Volante, racconta la storia di un ragazzo argentino che, durante una battuta di caccia di Condor, trova un simpatico asino dotato di ali dal nome Burrito. Una volta nata l’amicizia tra i due personaggi, assistiamo a una corsa di paese con loro protagonisti, di cui purtroppo nonostante la vittoria vi è l’impossibilità di ritirare il premio finale, causa l’aver barato.
Walt ci ricorda quindi di rimanere sempre onesti verso gli altri, che le bugie non pagano, tema già presentato in precedenza, molto caro alla Disney.
Un nuovo dono aperto da Paperino introduce un nuovo episodio, dove ritroviamo José Carioca, che lo accompagna attraverso Salvador, la capitale dello Stato brasiliano di Bahia. Il ritmo e le trovate del film si alzano in maniera vertiginosa, in un crescendo di musica e immagini per le strade di Bahia al ritmo di samba con Paperino, Josè e attori in carne ed ossa che ballano assieme, in modo ancora oggi coinvolgente, insieme anche a stelle stelle latino-americane del periodo, tra cui le cantanti Aurora Miranda, Dora Luz, e la ballerina Carmen Molina, in lunghe sequenza di balli festosi e di trascinanti corteggiamenti.
Ma qui Paperino si prende anche la sua rivincita nei confronti di Josè, nella scena forse più divertente e delirante del film, degna erede degli elefanti rosa di Dumbo, con lui protagonista assoluto e Josè che se la ride a più non posso, come a decretarne il successo.


Un nuovo dono, arrivato dal Messico, introduce un nuovo straordinario personaggio, Panchito, un gallo antropomorfo messicano. I tre Caballeros del titolo sono finalmente riuniti, e il film può esplodere in allegria, in musica e in geniali trovate che accompagnano la travolgente canzone che li vede tutti protagonisti. Sequenza memorabile.


Con l’introduzione di Panchito ci spostiamo in Messico, attraverso un tappeto volante, in una scena che, secondo me, stona nell’universo Disney, con Paperino gigolò che va a caccia di ogni ragazza presente su una spiaggia. Se l’interazione cartoni umani è come sempre eccezionale e la scena con lui che gioca a moscacieca sulla spiaggia di Acapulco è fantastica, Paperino playboy lascia comunque l’amaro in bocca, essendo molto più legati a un altro Paperino, quello della piccola sequenza nella parte dedicata a Bahia, dove si dimostra timido e impacciato nell’arrossire di fronte alle graziose attenzioni di una tenera fanciulla.
La sequenza successiva vede Paperino dapprima veleggiare nell’aria sulle dolci note della canzone “You Belong to My Heart”, in una meravigliosa e romantica sequenza cantata, che si trasforma poi con lui assoluto protagonista in una nuova una splendida sequenza interazione cartone-umano, con Paperino che balla e canta con una donna. Le trovate fantasiose e geniali, prodotte dall’unione di tutti e tre i protagonisti, sono oramai continue e trascinanti (in questa sequenza abbiamo per esempio dei graziosi fiori e cactus ballerini, alcuni a forma di Paperino) e ci accompagnano fino al al gran finale, con il ritorno trionfante dei tre protagonisti e della canzone simbolo, “i tre caballeros”, a coronare un sublime e pazzo lungometraggio, visionario, pieno di feste, danze, colori, e gag che catalogano il cartone tra i più fantasiosi e riusciti dell’intera filmografia Disney.



Andrea

martedì 18 marzo 2014

Viaggio nel mondo Disney: Bambi

Immediatamente dopo Dumbo, Disney lanciò, nel 1942, la storia di un altro dolce cucciolo che rimane orfano, anzi orfano per eccellenza: Bambi.


Bambi offre una bellissima rappresentazione della Natura, della foresta, dipinta con toni a tratti cupi, a tratti luminosi, anche con bruschi passaggi, come nella scena della pioggia che da Pioggerella di Primavera (come dice la canzone) passa al temporale estivo con lampi e tuoni, risaltati dallo stesso sonoro (candidato, insieme alla colonna sonora e a L'amore è una canzone agli Oscar). Una concezione della Natura nel senso romantico di sublime, grande, selvaggia, meravigliosa, ma anche terribile.
Eppure, com'è giusto che sia in un cartone, anche con una vena ironica, che si manifesta nella buffa descrizione dei personaggi della foresta nella prima scena: lo scoiattolo che torna a coprirsi nel sonno con la coda della mamma, gli uccellini neonati che si litigano la frutta portata dalla madre, il topino che si lava il viso con una goccia di rugiada, l'Amico Gufo, burbero, svegliato dagli altri animali che si recano a vedere il Principino appena nato. L'istintiva tenerezza che ispirano l'espressione timida di quest'ultimo, il suo traballare incerto sulle zampe, cercando di mettersi in piedi per la prima volta, lo rendono già simpatico eroe della storia. Questa è, a tutti gli effetti, una storia di formazione: dalla nascita, alle prime esperienze (i primi passi, le prime parole "uccellini, farfalla, fiore", la prima volta sulla neve e sul ghiaccio con l'amico Tamburino, improvvisandosi pattinatori pasticcioni -disegnati con riferimento a Jane Randalph e Donna Atwood, ice capades-, e nella prateria, luogo dei pericoli che presto conoscerà) sotto la guida della madre che, però, morirà circa a metà film, fino a diventare adulto.
Per questo Bambi è così famoso, impresso nell'immaginario collettivo come orfano, il primo della storia Disney. Ma anche il primo cartone in cui si affronta esplicitamente la morte, dunque forse il più terribile. Anche in Biancaneve e Pinocchio si era sfiorato il concetto, ma era quasi un incantesimo, un sogno da cui ci si risveglia o, nel caso di Grimilde, una punizione meritata. In Bambi, per la prima volta, il senso di perdita non è temporaneo, ma un peso col quale convivere tutta la vita, un indelebile amaro momento che segnerà la rottura con l'infanzia; di più, qua la morte è immeritata e ingiusta, non in seguito a malattia o vecchiaia né cercata con azioni riprovevoli, sfidando il rischio irresponsabilmente, ma gratuita e violenta e questo è veramente molto forte per i bambini, ai quali per la prima volta si spiega la morte con un cartone animato (naturale che abbiano paura di vederlo).
Come precedentemente Dumbo, i protagonisti di questo lungometraggio animato sono animali, in quella che già abbiamo definito una rappresentazione molto reale della Natura, molto più approfondita e veritiera che nel precedente cartone animato, dato che Disney tenne in modo particolare a che i disegni si ispirassero al vero: i disegnatori ricevettero consigli dal pittore Rico LeBrun, studiarono gli animali nello zoo di Los Angeles e una coppia di cervi dalla coda bianca (sarebbero dovuti essere caprioli, la specie protagonista del romanzo Bambi, storia di un capriolo dell'austriaco Felix Salten, ma essendo questi assenti negli Usa, si preferì sostituirli con una specie più conosciuta) furono portati negli Studios appositamente per gli studi dal vivo degli animali (qualcosa di simile accadde successivamente anche per il Re Leone) e il disegnatore Maurice Day trascorse alcune settimane nelle foreste dell'est tra Vermont e Main per studiare l'ambientazione.
Dunque un film in cui non compare l'uomo (in Dumbo, come raccontato altrove, http://ilcinemadigiulia.blogspot.com.es/2014/03/viaggio-nel-mondo-disney-draghi-poeti.html, invece, questo ha una sua importanza), salvo naturalmente il cacciatore, che però non si vede, ma solo se ne intuisce la sinistra presenza e, proprio per questo suo non definirsi, quasi a dire "l'uomo nero", alludendo quindi a qualcosa di malvagio, è tanto spaventoso (specie per i bambini, per cui rimane davvero un "boogieman", collegato alla morte della mamma di Bambi).

"C'era l'Uomo nella Foresta."
Un inciso straordinariamente evocativo, che la madre rivolge al figlio a spiegazione della fuga dalla prateria a cui sono appena stati costretti -bellissima scena di suspense, dove ogni animale impazzisce e inizia una corsa disperata, le figure sul fondale rosso, in un contrasto straordinario, avanguardista con la musica a risaltare ogni istante di panico e di urgenza.
E tanto basta. Con queste sole parole si racconta il cattivo più spaventoso della filmografia Disney, peggiore di Grimilde e della riuscitissima e carismatica Malefica, che almeno avevano un volto. Paradossalmente l'Uomo no, è privato di questi connotati che lo avrebbero reso più umano, meno irreale e minaccioso, bestiale e senza pietà, allusione al pericolo più grave, a cui non si scampa.
Nella lista dei migliori 100 eroi e cattivi della celebre AFI's 100 Years, l'Uomo di Bambi figura alla ventesima posizione tra i 50 cattivi. Anche le disneyane colleghe Grimilde e Crudelia De Mon compaiono rispettivamente alla decima e trentanovesima, a convalidare la fama della Walt Disney per la creazione di cattivi validissimi anche tra i cartoni animati (e io avrei aggiunto anche l'agghiacciante giudice Morton di Chi ha incastrato Roger Rabbit, interpretato da uno stupendo Christopher Lloyod).
Anche se, forse, non il più cattivo in senso assoluto: come ho sostenuto per Dumbo, anche le elefantesse si dimostrano cattive straordinarie, intrise di una perfidia fine a sé stessa; non emblema di morte -come gli uomini per l'animale- naturalmente, ma di una cattiveria gratuita, volta solo a far soffrire l'altro, quasi una tortura psicologica, ma non per questo meno spregevole; la soddisfazione nel godere nella disgrazia altrui, da cui questi esseri traggono forza.
Naturalmente sono due cattivi diversi, accezioni differenti del Male.
E i due film vogliono portare due messaggi distinti, importanti entrambi.
In Bambi sono le conseguenze dell'Uomo nella Natura, raccontate attraverso la storia del dolce cerbiatto.
Passano i giorni felici dell'estate per il piccolo, coccolato da una madre attenta e affettuosa, arriva l'inverno, preceduto dall'autunno, in cui le foglie cadono danzanti come già in Fantasia; poi il freddo, la fame, che spinge madre e figlio a essere incauti, a uscire nella prateria per cercare la prima erba.
Siamo al momento più terribile del film. La madre si accorge di qualcosa, incita il figlio a fuggire. Ancora una volta la musica esalta l'emozione (sarà a questa musica che si ispirò la famosa colonna sonora de Lo Squalo), stavolta l'angoscia della corsa, delle grida della cerva, che perdiamo di vista. Solo quando Bambi arriva alla tana, si accorge che la mamma non c'è. E la chiama. La cerca nella foresta. Ma si imbatte solo nel padre, nel Principe della Foresta, le cui parole, che annunciano la disgrazia, rimarranno nella mente dello spettatore bambino come le più spaventose mai udite:
"La tua mamma non tornerà mai più."

Questo allora l'effetto dell'Uomo. Questa la sola traccia che lasciamo nella Natura: gli spari e il fuoco. Questo ciò che lasciamo permeare di noi nell'ambiente. Distruzione e morte. L'Uomo è cattivo nella sua entità, nel suo essere (umano), creatura distaccata senza possibilità di ritorno dal resto della Natura, dagli altri animali graziosi e simpatici, naive come Bambi e Fiore, mentre al contrario noi siamo calcolatori, brutti, terrorifici: mostri.
Dunque Bambi è un film "ambientalista", una denuncia dell'opera umana che turba un equilibrio altrimenti perfetto.E infatti l'immagine del cerbiatto fu adottata nelle campagne ambientaliste antincendio, subito dopo l'uscita del film (Disney accordò il suo utilizzo per un anno) e poi di nuovo nel 2006, all'uscita del seguito, Bambi 2. E ancora, fugace cameo, madre e figlio compaiono nel cortometraggio Paperino: la stagione di caccia, nella scena in cui la cerva esorta il figlio ad allontanasi, data la presenza dell'Uomo che ha inquinato il torrente con i suoi rifiuti e si prepara alla caccia.
Ancora una volta non solo una bella storia che commuove (e spaventa), ma uno sviluppo di temi molto importanti attraverso il colore, attraverso l'avventura, attraverso l'animazione, che è pura magia, non solo per i bambini, ma anche per gli adulti; è insegnare i veri valori ai più piccini, ma anche ricordarli a chi è veramente responsabile, a chi può fare; è provocazione, che portò, infatti, a Disney tante critiche (specie delle associazioni di cacciatori), che non aiutarono a vendere il film alla sua uscita, avvenuta nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, tanto che anche stavolta l'industria Disney perse denaro e ricominciò a guadagnare solo con la riedizione del 1947.
Che fortuna per gli spettatori e sognatori, di ieri e di oggi, che Walt abbia continuato a credere nei suoi progetti, nel grande sogno di fare cartoni animati, che fortuna che mai si sia arreso nonostante gli scarsi guadagni e le critiche dei primi anni!
Ma quest'opera è anche divulgazione e lo è attraverso una forma di espressione nuova e creativa e, soprattutto, bella, attraverso un altro linguaggio, diverso dalla parola, potente solo come l'immagine e la storia raccontata, che coinvolge, emoziona e rimane -passata, presente e futura testimone di un pensiero e di un idea- e quindi è arte.


Divertente la versione animale dell'Innamoramento che s'impadronisce degli animali, sulle note della Canzoncina Primaverile, o, meglio detto, Rincitrullulimento, fenomeno raccontato dall'Amico Gufo come un racconto di paura; ma anche la raffigurazione del potere femminile di ammaliare, che esercitano le rispettive compagne di Fiore, Tamburino e Bambi (fascino più esasperato nella coniglietta, già archetipo a cartoni della femme fatale, prima ancora di Jessica Rabbit).
Ma torniamo al percorso di formazione di Bambi. Il piccolo se ne va col padre. Cosa gli accade nei mesi che trascorre sotto la guida del Principe della Foresta non è dato sapere, anche se è tema del midquel Bambi 2, che uscirà 64 anni dopo l'originale, nel 2006, con disegni molto belli, anche se profondamente diversi da quelli del primo film, una colonna sonora che parte dall'originale, arricchita di nuove, brillanti canzoni, ma con una trama (il rapporto padre-figlio, la crescita di Bambi, il superamento della condizione di orfano) un po' banale e forzata, nell'ottica della storia del primo Bambi. Spiacevole anche il doppiaggio. Potete evitarlo.


A primavera però fa ritorno tra gli amici, che non l'avevano più visto (anche se nel film del 2006 pare il contrario). Adesso è irriconoscibile, cresciuto, con un bel palco di corna, ma anche maturato, come dimostrerà presto. E per prima cosa s'innamora. Di Faline, l'amica d'infanzia. E questo lo porta al suo primo scontro con un altro maschio (in Bambi 2 si fa risalire la rivalità tra i due cervi all'infanzia, dando un'origine al cerbiatto Ronno, che così non è un estraneo al momento del duello). Ancora una volta l'accoppiata sonoro-disegni (le sagome buie dei due maschi che lottano, cadono, si rialzano, tra zampate e colpi di corna su un fondale arancio) è stupenda.
Bambi ha la meglio e, maestoso come il padre, vincitore, si staglia sulla rupe da cui cade lo sconfitto.
Ma Bambi dovrà fronteggiare presto un'altra prova: la tranquilla vita con Faline (che il film celebra con la dolce Io canto per te) è di nuovo messa in pericolo dall'uomo, che torna a cacciare nella foresta. Gli animali si nascondono. La tensione è altissima: una tortora perde la testa a causa della paura -il paragone non può che essere con un film horror- e, uscita allo scoperto troppo presto, è la prima vittima. Si scatena il panico e la fuga degli animali. Bambi ha raggiunto il padre che lo informa dell'uomo e della necessità di scappare, ma è separato da Faline, inseguita da feroci cani da caccia. Riesce a trovarla e ad allontanare da lei le bestie, ma viene ferito. Poi giunge il fuoco. Bambi è sfinito, ma su esortazione del Principe della Foresta, raccoglie le forze necessarie per mettersi in salvo, con gli altri animali, sulla riva di un fiume.
Bambi si dimostra dunque all'altezza del padre: ha imparato a combattere, a difendere la compagna, a essere forte e responsabile davanti al pericolo e alle difficoltà, guida per gli altri animali della foresta. Lasciato alle spalle il cucciolo indifeso per cui tutto il mondo ha pianto, è "uomo" (inteso come maturità) e Principe della Foresta; è padre, adesso, e guiderà il nuovo Principino. Il cerchio della vita non si ferma mai.

Avvertenze: il doppiaggio originale italiano del 1948 (quello delle vhs prodotte dall'inizio -1992- al 2005), seppure con alcune storpiature rispetto al doppiaggio americano (viene "normalizzata" la parola rincitrulloliti e l'Amico Gufo dichiara che parlava di Bambi a degli amici, non a sé stesso, ma soprattutto il Principe della Foresta, annunciando al figlio la morte della madre, alla famosa frase già citata aggiunge "L'uomo l'ha portata via. Devi essere coraggioso. Devi imparare a vivere da solo"), a mio giudizio è superiore, per le canzoni originali e per i doppiatori di pregio, specie Olinto Cristina come Amico Gufo, a quello di vent'anni dopo (1968), che è registrato sulle vhs e dvd dal 2005. Questione di gusti.

lunedì 10 marzo 2014

Viaggio nel mondo disney: draghi poeti ed elefantini volanti

Nel 1941 fu prodotto dalla Disney un film assai particolare: alcuni cortometraggi animati, misti a frammenti illustrativi della creazione degli stessi cartoni Disney (nei vari reparti si poteva sbirciare la lavorazione di Bambi, Dumbo, Peter Pan, etc...), il cui insieme prendeva il nome dal corto (o meglio "mediometraggio") Il Drago Riluttante - la divertente parodia, che Robert Benchley, ispiratosi al racconto di Kenneth Grahame, presentò a Walt Disney, di un eroe e il suo antagonista, molto diversi dai tipici personaggi delle fiabe classiche medievali, ma anche molto più simpatici.


La stessa idea di mostrare la produzione degli Studios fu di Benchley, che la espose a Disney dopo aver fatto un breve tour degli stessi ambienti in cui si disegnavano e si montavano i cartoni, quando presentò il corto del sovrappeso, poetico, drago blu.
Questo prodotto non ha mai avuto una diffusone o una fama paragonabili ai Classici più conosciuti, fenomeno spiegabile sia per la forma originale di produzione (la tecnica mista, l'assenza di un filo connettore tra episodi sconnessi e infatti "confezionati" anche singolarmente, al contrario di Fantasia, che era comunque un'organica antologia musicale), sia per la tarda edizione -esclusivamente cinematografica- italiana: non uscì prima del 1951 e in vhs furono rilasciati solo gli episodi Come andare a cavallo e Il Drago Riluttante; non ebbe, però, maggiore fortuna nemmeno negli Stati Uniti.



Nel 1941, però, Walt Disney investì anche su un altro progetto, che ebbe molto più successo: la storia dell'elefantino dalle gigantesche orecchie, che commosse il mondo.


Dumbo è il piccolo elefante che viene consegnato alla signora Jumbo, in viaggio con le compagne sul treno Casimiro, da una simpatica Cicogna Fattorino un po' in ritardo, data l'impaziente attesa che l'elefantessa dimostra la notte precedente, quando altri cuccioli, nei loro fagotti bianchi, raggiungono la destinazione accanto ai felici genitori.
Il caratteristico difetto fisico del piccino è subito scoperto: due enormi orecchie a sventola, che provocano l'ilarità e i maligni commenti delle altre acide elefantesse.
Solo la madre ignora l'aspetto insolito del figlio e, felicissima, lo riempie di attenzioni e coccole, facendogli il bagnetto e giocando con lui a nascondino.
Madre e figlio vengono però presto separati: una folla di persone visita il circo e le gabbie degli animali e alcuni ragazzi prendono di mira le orecchie a sventola di Dumbo, che diventano, una volta di più, oggetto di scherno, causando però la reazione della madre che, per proteggere il figlio, scaccia via uno dei ragazzi, provacando il panico e l'intervento degli uomini del circo, che la legano e la isolano in una gabbia a cui affiggono i cartelli "danger" e "mad elephant".
Dumbo si ritrova solo, esposto alla cattiveria del mondo (quella dei ragazzi, quella degli uomini del circo, quella degli elefanti). Ancora una volta un cartone Disney che racconta una realtà triste, ma possibile, vera.
Il direttore e i clown del circo pensano solo al modo migliore di utilizzarlo negli spettacoli: la piramide di elefanti (destinata a crollare quando Dumbo inciampa nelle sue stesse orecchie), il tuffo dal palazzo incendiato, da un'altezza prima di 6 metri poi di 1000, poiché -immaginano i clown- maggiore l'altezza, maggiori le risate e il successo dello show e, di conseguenza, il salario. Torna, dunque, anche il tema a cui si accennava in Pinocchio: lo sfruttamento animale e del mondo dello spettacolo in genere, che si nota anche all'arrivo del circo nella nuova tappa, quando gli animali sono costretti a montare sotto la pioggia le tende e poi a sfilare e a esibirsi.
Non sono però, le figure degli uomini, intenzionalmente cattive: il loro è un non essere attenti a cosa provano gli animali, non attenti al diverso, effettivamente.
"Gli elefanti non sentono nulla!"..."Sono come di gomma!"
Tema principe del cartone, naturalmente, è questo: la diversità. La diversità tra razze (uomo-elefante) che spinge a considerare l'altro, il diverso da noi, come qualcosa che non può provare le stesse emozioni, che può essere considerato inferiore e a cui non importa riservare rispetto e considerazione.
La filmografia Disney è famosa per la costruzione di antagonisti ben fatti, a volte più riusciti dei personaggi principali, e le elefantesse di Dumbo sono dei cattivi coi fiocchi, perfide solo per il gusto di esserlo. Queste non solo non si preoccupano di cosa ne sarà di Dumbo, ma nemmeno si riguardano nello spettegolare malignamente sulla madre del piccino accanto a lui, accanto a "quel piccolo mostriciattolo" e, dopo la sua "discesa sociale", dopo che lo rendono clown, non esitano a dichiarare di non considerarlo nemmeno un elefante. Ecco un'altra prospettiva sul diverso, inteso stavolta in senso sociale: meglio evitare, emarginare chi è più sfortunato, meglio non frequentare chi potrebbe degradare la nostra immagine.
Disney elabora dunque una maniera molto sottile e astuta di parlare del tema, di ricordarci di non giudicare per le apparenze e anche di guardare piuttosto ai nostri lati scuri: grossa critica a coloro che, vuoti dentro, invidiosi e maligni, invece di riflettere sulla propria pochezza, sono pronti a giudicare e soppesare chi è diverso da loro.

Unico a provare compassione per il piccolo Dumbo e a schierarsi in sua difesa è un piccolo, furbo, simpatico topino, che alla fine del film, fotografato nell'atto di firmare un contratto, scopriamo si chiama Timoteo. Prima spaventa le elefantesse, poi suggerisce al direttore del circo, dormiente, di fare di Dumbo una star, infine accompagna il cucciolo dalla madre.


Personalmente credo che questa scena, in cui la madre dietro le sbarre abbraccia e culla il figlio con la proboscide sia la più triste e patetica di tutta la produzione disneyana. Sfido chiunque ad affermare di non essersi mai commosso nel vederla. Questa è la più orribile di tutte le ingiustizie che Disney ha concepito per i suoi film: l'allontanemento di un figlio dalla madre, l'impossibilità dei due di stare insieme. Chi potrebbe non piangere vedendo il tenerissimo Dumbo, deriso, orfano, con i grandi occhioni tristi, seguire il suo unico amico, tenendogli la coda con la proboscide?
La canzone Bimbo mio fu anche candidata all'Oscar come miglior canzone; non vinse, ma vinse invece la colonna sonora.


Una scena molto celebre di questo cartone animato è lo spaventoso trip che hanno Dumbo e Timoteo, dopo aver bevuto per sbaglio troppa birra da una botte: l'elefantino, in preda al singhiozzo, emette bolle che diventano elefanti rosa che danzano, suonano, si trasformano. In sottofondo una canzone che ricorda il delirium tremens (le terribili allucinazioni che si manifestano nelle crisi di astinenza da alcol). Tra l'altro è proprio l'elefante rosa il logo della famosa birra belga, Delirium Tremens. Il messaggio è chiaro: non solo non accettare mele dalle sconosciute, insomma, ma neanche assumere qualcosa senza essere certi di cosa si tratti.
Al risveglio da questo trip, Dumbo e Timoteo si scoprono su un albero. Ad assistere alla scena sono alcuni corvi che, in principio, deridono anch'essi l'elefantino e l'idea del topino che, tutto sommato, fossero saliti sull'albero volandoci grazie alle orecchie di Dumbo, poi, commossi e spinti dal discorso di Timoteo,
Dovreste vergognarvi di voi stessi: dei tipi grandi e grossi come voi prendervela con un orfanello come lui!
Che direste se vi avessero strappati alla mamma quando eravate ancora in fasce! Nessuno per rincalzarvi la sera! Non più una dolce e calda proboscide per accarezzarvi!
Vi piacerebbe essere lasciati soli, in un mondo crudele, freddo e senza cuore? E perché? Rispondete, perché? Solo perché ha le orecchie così grosse l'hanno definito un mostro, l'hanno messo in ridicolo al circo e quando sua madre cercò di proteggerlo, l'hanno rinchiusa in una gabbia. E come se non bastasse hanno fatto di lui un clown, socialmente rovinato!
Ma a che serve parlare a voi uccelli dal cuore nero? Avanti, divertetitevi! Deridetelo! Colpite, non può difendersi! Avanti!
vergognandosi di sé stessi davvero, decidono di aiutarli, fornendo a Dumbo l'elemento magico che lo convincerà delle sue possibilità di volare.
Ed ecco che il difetto fisico diviene invece vantaggio, soluzione per permettere a Dumbo di superare il tuffo dai 1000 metri che gli preparano i clown e di ascendere socialmente, diventando davvero stella del circo e consentendo alla madre di essere liberata: suggerimento di sfruttare le proprie doti e di non arrendersi se non si riesce in qualcosa; di applicarsi nel campo giusto; di trovare soluzioni con le possibilità che abbiamo, senza lasciarci affliggere da un difetto, da una capacità mancante; prenderla come un'opportunità di sfidarci in qualcosa di diverso. Un bel messaggio rivolto ai più sfortunati da parte di un uomo che sfidò il mondo per produrre lungometraggi d'animazione, quasi un'utopia: non arrendetevi, dimostrate al mondo che valete e che potete diventare grandi.

domenica 2 marzo 2014

La Notte degli Oscar 2014: ecco i vincitori

Si è appena conclusa, alle 6.00 circa, la premiazione degli Oscar, tenutasi al Dolby Theatre di Los Angeles e presentata da Ellen DeGeneres: abbiamo appena finito di scoprire tutti i vincitori.
Per primissima cosa è bello annunciare la vittoria (quando mancavano meno di dieci minuti alle 4.00) de la Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, che riporta il nostro paese a vincere la statuetta che ci mancava da la Vita è Bella.


Ecco gli altri vincitori:

Miglior Film
12 Years a Slave

Miglior Regia
Alfonso Cuarón - Gravity
 
Miglior Attore Protagonista
Matthew McConaughey - Dallas Buyers Club

Miglior Attrice Protagonista
Cate Blanchette - Blue Jasmine

Miglior Attore Non Protagonista
Jared Leto - Dallas Buyers Club

Miglior Attrice Non Protagonista
Lupita Nyong'O - 12 Years a Slave

Miglior Sceneggiatura Originale
Spike Jonze - Her

Miglior Sceneggiatura Non Originale
John Ridley - 12 Years a Slave

Miglior Film Straniero
La Grande Bellezza

Miglior Cortometraggio
Helium

Miglior Film d'Animazione
Frozen

Miglior Corto d'Animazione
Mr Hublot

Miglior Documentario
20 Feet to Stardam

Miglior Corto Documentaristico
The Lady in Number 6: Music saves my Life

Miglior Fotografia
Emmanuel Lubezki - Gravity

Migliori Scenografie
The Great Gatsby

Migliori Costumi
The Great Gatsby

Migliori Make up e Acconciature
Dallas Buyers Club

Miglior Montaggio
Gravity

Migliori Effetti Speciali
Gravity

Miglior Sonoro
Gravity

Miglior Montaggio Sonoro
Gravity

Migliore Canzone
Let it Go - Frozen

Migliore Colonna Sonora
Steven Price - Gravity


Data una scorsa alla lista, il risultato è chiaro: può festeggiare Gravity che porta a casa 7 statuette su 10 nomination (regia, fotografia, montaggio, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro, colonna sonora). Premiati, però, anche Frozen come film d'animazione e canzone vincitrice, Il Grande Gatsby per scenografie e costumi, Dallas Buyers Club (entrambi gli interpreti maschili, acconciatura e make up), 12 Years a Slave (film, sceneggiatura adattata e attrice non protagonista).
Infine ricordiamo la precedente assegnazione degli Oscar alla carriera a Steve Martin, Angela Lensbury e Piero Tosi (il nostro costumista, noto soprattutto per Il Gattopardo) e del premio umanitario Jean Hersholt ad Angelina Jolie.
Volendo accennare agli abiti indossati dalle attrici: bellissime Lupita Nyong'O in un ampio abito celeste, Cate Blanchette in un abito impreziosito da gemme, Naomi Watts in bianco scintillante, Julia Roberts che non sembra portare i segni dell'età, Amy Adams in una veste blu Gucci elegantissima, Sandra Bullock in un abito sirena blu metallico e la simpaticissima June Squibb in verde.