mercoledì 9 luglio 2014

Viaggio nel Mondo Disney: Lilly e il Vagabondo


Lilli e il vagabondo è il titolo del 15° classico Disney, uscito nel giugno del 1955.

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Il cartone inizia la notte di Natale, quando “Gianni caro” regala a sua moglie “Tesoro” (questi i nomi con cui vengono identificati i padroni di Lilli, subito ad indicare come i veri protagonisti saranno i cani e non gli umani) un dolcissimo e tenerissimo cucciolo di cocker, a cui danno il nome Lilli.
Nella scena successiva Lilli ci entra subito nel cuore: Gianni vuole farla dormire da sola in una piccola cuccia in salotto, convinto che altrimenti non si abituerà mai, mentre Lilli vorrebbe trascorrere la notte nel letto con i suoi nuovi padroni. Per due volte li raggiunge dopo aver aperto la porta da sola, ma viene sempre respinta e riportata in salotto. Dal terzo tentativo gli viene impedito di uscire adagiando una sedia contro la porta, allora tenta di addolcire il loro cuore con dei dolci lamenti, ma ottiene solo le urla di Gianni.
Non ancora domata, Lilli riesce ad aprire la porta e a raggiungere i suoi padroni che inteneriti le concedono di passare la notte con loro nel letto, ma “solo questa notte, intesi?” sottolinea subito Gianni.

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Un salto temporale ci mostra Lilli cresciuta e ancora sdraiata nel loro letto, rivelandoci come la sua dolcezza e la sua tenerezza abbiano avuto la meglio anche per tutti i giorni a venire.
Lilli è l’incontrastata reginetta di casa, coccolata dai suoi padroni, di cui lei ricambia l’affetto
Dopo i suoi primi sei mesi di vita gli viene regalato un nuovo collare con piastrina. Lilli, gioiosa e inorgoglita di questo nuovo regalo, corre subito a cercare i suoi due più cari amici, Whisky e Fido.
Incontra prima Whisky, un cane Scottie, intento a seppellire un osso nel suo posticino sicuro. Estasiato da questa splendida novità, la invita ad andare insieme subito da Fido, un Bloodhound ex cane poliziotto ora in pensione che purtroppo ha perso l’odorato, che vuole essere sempre aggiornato su questo tipo di novità. Vengono così presentati i due più cari amici di Lilli, simpaticissimi comprimari.
Viene subiti introdotto anche un nuovo personaggio, Biagio, un cane randagio che vive da solo e alla giornata, sempre in cerca di nuove avventure. Ogni giorno mangia in un ristorante diverso, amato da tutti ma senza che nessuno possa diventare il suo padrone. Dopo una colazione recuperata nel ristorante italiano locale, Biagio scopre che due suoi amici randagi, la maltese Gilda e il bulldog Bull, sono stati catturati dall’accalappiacani. Con un intervento coraggioso libera i suoi due amici e tiene occupato l’accalappiacani durante la loro fuga, riuscendo a sua volta a sfuggirgli. Al termine di questa fuga si ritrova ai piani alti e borghesi della città, da lui quasi “disprezzata “ come sottolinea il suo commento sulle gabbie attorno alle piante.

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Nel frattempo Lilli è rattristata del comportamento di Gianni caro e Tesoro nei suoi confronti, enormemente raffreddato. Non è più al centro dell’attenzione: Tesoro non gioca più con lei, né la porta a fare la passeggiata, ma passa le giornate a lavorare a maglia; non la coccolano come prima e addirittura viene colpita, seppur non con cattiveria e senza portarle dolore.
“E' qualcosa che ho fatto, suppongo!”, si sfoga Lilli con Fido e Whisky, che le fanno notare invece che i suoi padroni stiano aspettando un “marmocchio”.
Avviene ora il primo incontro tra i due protagonisti: Biagio passando di lì per puro caso sente il loro dialogo e interviene dando la sua descrizione del pupo, come un “un delizioso fagottino... di guai” e mettendo una certa dose di paura e soggezione a Lilli, “Ricordati, bambina: nel cuore umano c'è posto solo per una data quantità d' affetto, e quando ci si piazza un pupo... il cane deve andarsene!”, suscitando l’ira di Whisky, che invita in tono arrabbiato Biagio ad andarsene.
Dopo continue scene, dove viene rappresentato questo senso di solitudine e di abbandono provato da Lilli, arriva finalmente il piccolo, che suscita tenerezza in lei e la riavvicina ai suoi amati padroni.
Pochi mesi dopo Tesoro e Gianni caro decidono di partire per una breve vacanza, mentre zia Sara controllerà momentaneamente il piccolo e la casa. La zia, però, si porrà verso Lilli in tono opposto a quelli che sono quasi sempre stati i comportamenti dei suoi padroni, maltrattando Lilli e impedendogli di stare accanto al piccolo. Inoltre porterà in casa i suoi gatti, due siamesi irrispettosi e approfittatori, personaggi estremamente negativi. Nel tentativo di salvare casa e piccolo dalle cattive azioni dei due gatti, Lilli verrà incolpata ingiustamente dalla zia di tutti i disastri e la porterà in un negozio di animali per metterle una museruola.

http://www.movieforkids.it/wp-content/gallery/lilli-e-il-vagabondo/Lilli-Vagabondo-05.jpgAll’interno del negozio, non appena le viene montata la museruola, Lilli fugge in strada spaventata e si ritrova inseguita da alcuni cani randagi e solo l’intervento eroico di Biagio riesce a toglierla dai guai. Nasce ora il bisogno di liberare Lilli e Biagio riconosce nello zoo il posto adatto. Dopo una divertentissima scena dove Biagio finge di essere il cane di un passante che provoca l’ira della guardia dello zoo, i due protagonisti riescono ad entrare indisturbati. Al suo interno, Biagio riesce ad convincere un castoro a liberare Lilli, facendogli credere che la museruola possa tornare utile per la costruzione della diga.


Una volta liberata, vagando per la cittadina Biagio racconta a Lilli come la sua vita sia impostata su una totale libertà, senza padroni, godendosi e selezionando giorno per giorno solo ed esclusivamente il meglio che per lui la vita può offrirgli

“Vedi bimba, quando sei libera, senza padroni, ti godi solo quel che c'è di meglio…”

Biagio accompagna Lilli nel ristorante italiano già conosciuto, facendosi offrire dal proprietario una romantica cena a lume di candela, con serenata di sottofondo, di fronte a un enorme piatto di spaghetti al ragù.
Scena famosissima, tra le più romantiche e dolci della filmografia Disney, grazie a una splendida canzone come colonna sonora e a una particolare scena, un bacio involontario, dovuto alla condivisione dello stesso spaghetto. Qui i protagonisti cominciano a manifestare amore nei confronti l'uno dell’altro e, subito dopo la cena, la splendida canzone “Dolce sognar” accompagnerà i due protagonisti in una romantica serata attraverso un parco fino a una collina dove i due passeranno la notte.




Biagio prova a convincere Lilli a rinunciare alla sua vita fatta di un'unica dimora e di padroni e di restare con lui vivendo alla giornata in posti sempre migliori, prima a parole, poi coinvolgendola in uno dei suoi “giochi” all’interno di un pollaio, spaventando le galline.
Durante la fuga però Lilli viene catturata dall'accalappiacani e portata al canile.
Qui assistiamo a scene molto forti e toccanti: il canile ci viene mostrato come una prigione ed è impossibile non mostrare compassione per i suoi “detenuti”.
Lilli condivide la cella con degli amici di Biagio e il discorso prima volge sulla medaglietta di Lilli, simbolo di una vicina libertà, poi su Biagio, ritratto dalla canzone della sensuale Gilda, che racconta delle sue continue conquiste femminili e della sua vita, facendo storcere il naso a Lilli.

“...è un briccon, vagabondo...ma io darei mezzo mondo per poter vagabondare con lui...”

Subito dopo Lilli viene recuperata dalla zia Sara e incatenata alla cuccia in cortile.
Prima si presentano i fidati amici Whisky e Fido, che provano a consolarla e ad offrirgli una nuova dimora, poi si presenta Biagio per porgere le sue scuse a Lilli, ma provoca solo le ire di quest’ultima, che lo invita ad andarsene.
Pochi attimi dopo appare un ratto, il cui intento è intrufolarsi in casa e nella camera del piccolo; Lilli prova a fermarlo senza riuscirci, essendo incatenata, e allora prova a richiamare l’attenzione della zia abbaiando, ma quest’ultima non si rende conto della gravità della situazione e invita Lilli a zittirsi. Fortunatamente Biagio, ancora nelle vicinanze, torna da Lilli e, capita la situazione, si introduce in casa a cercare e affrontare il ratto, nella camera del piccolo. Biagio riesce ad uccidere il ratto, facendo però cadere la culla e svegliando il bambino che, piangendo, richiama l’attenzione della zia, che trova entrambi i cani in camera (nel frattempo Lilli era riuscita a liberarsi), li crede responsabili e li chiude a chiave in due stanze separate, telefonando subito all’accalappiacani per ritirare Biagio.
Subito dopo la partenza dell’accalappiacani con Biagio, legato al seguito, rientrano Tesoro e Gianni caro che, a differenza della zia, danno subito ascolto a Lilli ,che li conduce dal ratto oramai moto, dimostrando l’innocenza e le buone intenzioni di Biagio. Avendo sentito tutto, Whisky e Fido si ricredono sulla figura di Biagio e corrono subito in suo aiuto, in un disperato tentativo di salvataggio.
L’accalappiacani è lontano, ma Fido, di cui si crede abbia perso l’odorato, riesce invece a seguire le tracce del carro, fermandolo e salvando Biagio, ma ritrovandosi schiacciato dallo stesso carro.
Il lieto fine ci riporta a casa di Lilli, con Biagio nuovo inquilino, al collo la sua nuova medaglietta, i loro 4 cuccioli (di cui si racconteranno le avventure nel sequel Il cucciolo ribelle del 2001) e Whisky e Fido (ancora vivo) con loro a festeggiare il Natale.

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Il film alla sua uscita fu un enorme successo di pubblico e di botteghino; tuttavia la critica all’inizio non fu favorevole, salvo poi rivalutarlo fino a considerarlo uno dei classici più amati, inserito anche in classifiche come "i cento migliori film sentimentali" o "i 25 miglior film animati di tutti i tempi". Per il sottoscritto le iniziali critiche non erano giustificate, sia da un punto di vista storico che puramente qualitativo dell’opera. Il film può essere considerato una specie di capostipite sotto molti aspetti.
Fu il primo film ad essere distribuito dalla Buena Vista Distribution, ai tempi una nuovissima azienda di distribuzione di prodotti Disney, che le permetteva una certa autonomia e indipendenza, dopo la chiusura del contratto con la RKO.
Fu il primo film animato girato in CinemaScope, in modo da ottenere fotogrammi a largo campo visivo ed allargare quindi lo spazio della scena, esigenza necessaria per l’inquadratura perennemente bassa, impostata ad altezza dei cani, per renderli ancora di più totali protagonisti.
Per la prima volta i protagonisti principali, e la quasi totale maggioranza dei personaggi secondari, sono dei  cani, inaugurandoli, (successivamente sfruttati in pù occasioni, da la carica dei 101 a Charlie a Bolt ecc) e, per la prima volta, gli animali sono descritti con caratteri e stili di vita umani, creando un piccolo micromondo, una specie di vita alternativa vissuta contemporaneamente alla nostra (anche questa un idea che da qui in poi verrà sfruttata moltissimo, non ultimo in Toy Story).
Ed è, forse, il primo cartone Disney puramente d’amore, sicuramente tra le sue storie più romantiche; un amore vero, condiviso, che si prende il tempo, come i protagonisti, di conoscersi e di maturare assieme, scena dopo scena, vivendo pure emozioni (in Biancaneve e in Cenerentola, invece, il rapporto tra innamorati è descritto in tono abbastanza superficiale, concentrandosi più su altri temi). Qui invece la storia si concentra quasi totalmente sui protagonisti e sulla loro interazione. Storia d’amore che non si cura delle differenze sociali, la differenza tra mondo borghese, rappresentato da Lilli, e mondo povero, rappresentato da Biagio, mandando subito un primo e forte messaggio; infatti il cartone ci mostra come i differenti stili di vita e le differenti classi sociali siano limiti solo apparenti, che possono essere tranquillamente accettati e superati.
Punto di forza del film è la caratterizzazione dei protagonisti: i cani sono descritti egregiamente, estremamente vari tra loro, sia come razze rappresentate che come modo di muoversi, di parlare e di abbaiare.
Solo le figure umane sono relegate in secondo piano e non perfettamente descritte (esempio lo stereotipo dell’italiano padrone del ristorante, con baffi, spaghetti e mandolino anche se essendo presente nella scena più romantica del film non provoca alcun disturbo).
Fantastico anche l’uso delle luci e delle ombre, a sottolineare determinate scene o situazioni, come Lilli che finisce in una zona d’ombra della stanza subito dopo il colpo ricevuto da Tesoro, a sottolineare ancora di più il suo momentaneo stato d’animo, o il buio totale che avvolge la lotta tra Biagio e il ratto, eliminando praticamente tutto ciò che hanno attorno in quel momento.
Non abbiamo quindi solo l’amore: abbiamo anche scene molto cupe e forti messaggi, per esempio la forte presa di posizione contro la crudeltà nell’abbandono dei cani, la scena del canile mostrato come una cella dove i cani “galeotti” vivono tristemente i loro ultimi giorni prima della morte, intuita dall’uscita di scena di uno degli inquilini del canile per “l’ultima passeggiata”. Scene molto forti, le rappresentazioni dei cani in gabbia, dirette, non permettono interpretazioni e commuovono il cuore di chiunque.

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Personaggi cupi e negativi sono i gatti siamesi, elementi esterni portatori di terrore e di guai, degni da film horror per come si pongono nei confronti di Lilli e del pesciolino: comportamenti quasi da bullo nei confronti dei più buoni e indifesi, tipica scena Disney per niente adatta ai bambini
Come molto cupa è la rappresentazione della solitudine e dell’abbandono, vista in Lilli nel momento dell’attesa del bambino. Il suo malessere ci ricorda di non dimenticarci mai delle persone attorno a noi, ma di tenerle sempre in considerazione e coinvolte nelle nostre vite.
Abbiamo tuttavia momenti molto divertenti, come tutta la parte legata allo zoo, dall’ingresso grazie al litigio procurato da Biagio, alla scelta dell’animale adatto a liberare Lilli, alla risata della iena, al simpaticissimo castoro; oppure i tentativi di racconti di Fido a cui nessuno presta mai ascolto e che rivivono nei suoi movimentati sogni.
Fido e Whisky sono sicuramente delle ottime spalle, ottimamente caratterizzate, anzi forse avrebbero meritato anche dello spazio in più.
Altro personaggio memorabile è Gilda, protagonista della canzone sulla vita di Biagio, la più bella del cartone dopo Dolce Sognar, omaggio anche alle dive di Hollywood del periodo, non ultima (partendo dal nome) Rita Hayworth.


Tema carissimo a Walt, che non manca nemmeno qui, è quello della famiglia, nucleo indispensabile della nostra società. Non a caso Biagio, nonostante tutti i suoi ideali di libertà senza regole, senza padroni e senza responsabilità, a fine film maturerà e si unirà alla famiglia di Lilli.
Ma il vero apice, come già detto, è l’amore, protagonista assoluto e mai stucchevole, anzi poetico e sognante, e qui è impossibile non concludere citando nuovamente la scena più famosa del film ma anche dell’intera filmografia Disney e non: scena icona, citata e omaggiata tantissime volte (non ultimi Giù per il tubo o Il re leone 3). Qui non ci sono parole dette, ma ci sono i protagonisti e i loro gesti semplici che fanno trasparire il loro benessere, le loro emozioni, i loro sentimenti; i loro occhi valgono più di mille spiegazioni, sono gli occhi sognanti dell’amore, culmine quel bacio casuale e involontario, come casuale è stato il loro incontro e involontario il loro innamorarsi, perché con semplicità e naturalezza doveva succedere.

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Andrea

domenica 22 giugno 2014

Grace of Monaco

Chiuso ormai da settimane il Festival di Cannes, durante il quale Grace of Monaco fece da apripista, fuori concorso, colgo l'occasione datami da Caccia al Ladro per parlarne un po'.
 

Molte critiche sono piovute sul film e sull'attrice Nicole Kidman, interprete della principessa monegasca.
Il primo è stato ritenuto commerciale e poco fedele ai fatti storici, la seconda inespressiva e poco aderente al carattere di Grece.
Il film è obiettivamente lento, poco scorrevole, nonostante duri solo 103 minuti. Oltretutto è abbastanza lezioso e buonista: racconta dell'anno di crisi 1961 tra il Principato e la Francia di Charles de Gaulle, che minaccia l'invasione se Ranieri di Monaco non aumenterà le tasse per versarle nelle casse della Francia, e tra Ranieri stesso e la moglie, sofferente dopo sei anni da principessa, ancora ritenuta un'estranea, tenuta lontana dal marito dagli impegni di quest'ultimo e tentata di riprendere la carriera di attrice, che le manca, dopo l'offerta di Hitchcock di darle il ruolo di protagonista in Marnie. Tra il classico "a scuola di principesse" che mai deve mancare in questo genere di film, i complotti che Grace deve scoprire all'interno del palazzo (altro immancabile topic) e drammi sentimentali, il film riesce a ridicolizzare e minimizzare quella che doveva essere la reale vita della Kelly a Monaco.
Non solo, l'interpretazione della Kidman, davvero inespressiva, davvero sotto le aspettative (si è incolpato il botox di cui si serve l'attrice) rende Grace Kelly eroina fragile, ideale principessa, ruolo che avrebbe potuto recitare in qualche film, ma che difficilmente immagineremmo nella Kelly reale. I primi piani sulla protagonista del regista, Olivier Dahan, sono stati molto discussi e il monologo finale, col quale Grace dovrebbe convincere De Gaulle a pacificarsi con Monaco, su favole, pace e amore sarebbe stato ridicolo anche in un concorso di bellezza.


Grace Kelly fu un'icona di femminilità, al di là della principessa e anche al di là dell'attrice. Bellissima, elegante, sensuale all'occorrenza.
Terza di quattro figli di una famiglia irlandese e cattolica di Filadelfia, iniziò a recitare contro il parere della famiglia. Debuttò a 22 anni nella 14° ora (1951). Un anno dopo già faceva da co-protagonista a Gary Cooper nel particolare westner Mezzogiorno di Fuoco (particolare per la regia, austriaca, di Fred Zinnemann e la sceneggiatura, che vede per la prima volta una sostanziale solitudine del protagonista e un forte senso di pessimismo, decisamente in contrasto con il patriottismo e la solidarietà che caratterizzava i classici western) e l'anno dopo ancora si trova al centro di un triangolo amoroso in Africa al fianco di Clark Gable e Ava Gardner nel film di John Ford, Mogambo, guadagnandosi una nomination agli Oscar.
Due film importantissimi dunque segnano il suo esordio e i successivi film che girerà con Hitchcock ( Il delitto Perfetto e La Finestra sul Cortile nel 1954 e Caccia al Ladro nel 1955, in mezzo ai quali fa in tempo a girare La ragazza di campagna, che le vale l'Oscar come miglior attrice) le regalano la fama.
Come in realtà capitò anche ad altre attrici prima e dopo di lei, Grace Kelly divenne una delle muse di Alfred Hitchcock che la considerò prima scelta per ruoli anche molto diversi, per donne dal carattere diverso, ma che incarnavano tutte la femminilità che il regista ricercava: algide bellezze bionde in apparenza, che, a poco a poco scoperte, rivelavano grande sensualità. Fu proprio ispirandosi a Grace che Hitch coniò l'espressione "ghiaccio bollente", che più di ogni altra descriveva come doveva essere per lui La Donna.
Come già ricordato nello scorso post, tra tutti i film, quello che si rivela più determinante nella vita dell'attrice è forse Caccia al Ladro, poiché fu girando questa pellicola che Grace Kelly ebbe modo di conoscere Ranieri di Monaco, che sposa nel 1956, lasciando la carriera dopo l'ultima apparizione in Alta Società.
Fu principessa di Monaco dal '56 al 1982, quando perse la vita in un incidente automobilistico: viaggiava con la figlia Stephanie, conducendo lei stessa l'auto dalla villa di Roc Agel al palazzo Grimaldi, e su uno dei tornanti del percorso (le coude du diable) perse il controllo della vettura, che finì capitombolando una decina di metri lungo una scarpata. La principessa morì dopo essere stata portata in ospedale, la figlia si salvò.
Cinque giorni dopo il mondo salutò una delle più belle attrici che il cinema abbia mai avuto.

sabato 21 giugno 2014

Alfred Hitchcock's Caccia al Ladro

Se restate a casa stasera, ma non avete voglia di guardare Germania-Ghana, io consiglio su Rai Movie uno dei più grandi capolavori di Hitchcock: to Catch a Thief, del 1955.
Da poco uscito sul grande schermo Grace of Monaco, che racconta un preciso episodio della vita della principessa Grace, possiamo stasera tornare a vedere Grace Kelly nel suo splendore in quello che fu l'ultimo film dell'attrice.
 

Caccia al Ladro è una commedia sottilmente ironica e brillante, protagonizzata da Cary Grant, ancora affascinante ed elegante nonostante gli anni, che interpreta John Robie, una volta celebre ladro di gioielli della Costa Azzurra, soprannominato per l'agilità Il Gatto, ma che ormai, dopo il carcere e la guerra, in cui fu partigiano, si dedica a coltivare viti in una villa isolata. Quando sulla riviera ricominciano i furti che paiono portare proprio la sua firma, Robie è costretto a tornare in azione, inseguito dalla polizia francese, certa della sua colpevolezza, e a sua volta inseguitore del suo imitatore. Aiutato da un agente di assicurazioni (John Williams) e dalla figlia (la Kelly) di una delle potenziali vittime dei furti (la simpatica Jessie Royce Landis), Cary Grant coinvolge lo spettatore nella sua indagine, offrendo la sua solita simpatia, il suo humor, il suo savoir faire, il suo talento, che lo rendeva adatto anche alle parti drammatiche, come ci dà modo di apprezzare anche in questo film. Dal canto suo Grace Kelly convince nella sua interpretazione di algida, misteriosa ragazza, che però nasconde sensualità e passionalità, proprio il modello di donna che cercava Hitchcock, che la prese come musa e per la quale coniò l'ossimoro "ghiaccio bollente". La Kelly aveva girato altri due film col maestro del brivido: Delitto Perfetto e La finestra sul Cortile, tutti successi insomma e, come si racconta in Grace of Monaco, le avrebbe offerto successivamente il ruolo di protagonista in Marnie, che dopo il suo rifiuto passò a Tippie Hedren, che con Hitchcock aveva già girato gli Uccelli. Anche Grant aveva collaborato con Hitch, ne Il Sospetto e Notorius e quattro anni dopo girerà anche Intrigo Internazionale.

Celebri molte delle scene girate in Caccia al Ladro: il bacio di Grace Kelly a Grant, per poi richiudere immediatamente la porta della camera, il ballo, dove l'attrice sfoggia un abito stupendo, che si conclude con la corsa sui tetti, e la più famosa di tutte: Grace che corre sulle curve pericolosissime della costiera, cercando di seminare i poliziotti che seguono il sospettato. Ironia della sorte fu guidando la macchina su una di queste curve (la curva del diavolo) che avvenne l'incidente in perse la vita nel 1982.
Inoltre ricordo il divertente cameo di Alfred Hitchcock:  il regista ormai da molti anni nascondeva sempre una sua apparizione, nei modi più improbabili e bizzari, in tutti i suoi film: stavolta troviamo seduto in fondo a un autobus Cary Grant, tra Hitch e una gabbia di uccellini.


Se dunque avete voglia di un film dall'atmosfera leggera, a metà tra giallo e commedia, ben recitato e soprattutto eccezionalmente diretto (marca Hitchcock) o se non lo avete mai visto lo consiglio spassionatamente.

lunedì 16 giugno 2014

Viaggio nel Mondo Disney: Le Avventure di Peter Pan

“Le avventure di Peter Pan” è il titolo del 14° classico Disney uscito nel febbraio del 1953.


Il protagonista di questa avventura è un bambino che si rifiuta di crescere e che trascorre un'infinita e avventurosa infanzia sull’Isola Che Non C’è, la storia perfetta quindi per un eterno bambino e sognatore come Walt Disney, e desiderio forse di tutti noi, perché nessun uomo vorrebbe esser grande mai.
Il cartone, un misto tra musical, comico e avventura, è ambientato a Londra dove due bambini, Gianni e Michele, giocano a Peter Pan e Capitan Uncino, due personaggi usciti da uno dei racconti della sorella maggiore, Wendy. Questo giocare provoca ritardi nei preparativi dei genitori, che devono uscire per una festa, e soprattutto l’ira del padre, stufo dei racconti che Wendy fa ai fratellini, al contrario della madre, che sostiene i ragazzi nelle loro storie e nella loro fantasia. Agenore (questo il nome del padre) accusa Wendy di esser diventata troppo grande per dormire ancora nella stanza dei bambini e le impone di smetterla di raccontargli “frottole”, sostenendo che Peter Pan non esista.

“Non ti avevo ordinato di non raccontare più frottole ai tuoi fratelli?”
“ Frottole?!”
“ Frottolissime. Capitan Mancino. Prete Pane.”
“ Peter Pan, papà.”
“ Pan... o Pane... è la stessa cosa.”

Ma Wendy è convintissima che Peter esista, perché secondo lei è già stato li e ha smarrito la sua ombra, che ora è richiusa in un cassetto, ed è convita anche che lui quella notte tornerà a riprendersela.
Ai bambini non sarà neppure concessa la presenza di Nala, simpaticissimo cane vestito e con modi di fare da domestica, con Michele il personaggio più tenero e simpatico della primissima parte del film.


Come previsto da Wendy durante la notte magicamente appare Peter Pan insieme all’amica fidata Trilli, una piccola fata, alla ricerca della sua ombra smarrita. Finalmente avviene l’incontro con uno dei personaggi protagonista dei racconti di Wendy, Peter Pan.
Peter scopre che Agenore vuole spingere i ragazzi a crescere, ad affrontare le responsabilità e smettere di sognare ad occhi aperti e ovviamente ne risulta scioccato, essendo contro la sua personalità di eterno bambino, e su richiesta dei ragazzi decide di farli fuggire e insegna loro a volare. Come? Molto semplice, bisogna sognare! Perché come dice Peter (non è difficile immaginare Walt Disney in persona dire la stessa cosa) “Solo chi sogna può volare!”.
Con l’aggiunta di un po’ di magia, rappresentata dalla polvere magica di Trilli, (sogno e magia, un vero e proprio motto Disney) i ragazzi riescono finalmente a volare nella scena più bella di tutto il film e tra le più famose della filmografia: una sequenza di volo dei ragazzi e Peter attraverso il panorama della Londra di inizio '900, dalle lancette del Big Ben fino al London Bridge, con in sottofondo la splendida canzone “Vola e va”, la più bella ed emozionante del cartone e sicuramente tra le prime della discografia Disney, che conferisce al sogno, all’ottimismo e alla convinzione dei propri obiettivi una speranza, perché se ci credi veramente tutto è possibile, anche volare.
“..a cose belle pensar/ dà le ali per volar/ nell’amore credi ancor/ sui suoi raggi puoi viaggiar/ nel cielo scivolar/ puoi volar puoi volar puoi volar..”


L’arrivo all’Isola Che Non C’è, abitata da pirati, eterni bambini, indiani e sirene, e il percorso è il più famoso e il più citato in assoluto, “seconda stella poi si volta e via sempre dritti”. (Solo per fare un esempio, ispirazione per la celebre canzone di Bennato, L'isola che non c'è).
Sull’isola troviamo il secondo personaggio protagoniste delle storie di Wendy, Capitan Uncino.
Presentato su una nave al largo dell’isola insieme al suo assistente Spugna, è chiamato cosi perché indossa un uncino di ferro al posto della mano destra, che fu tagliata da Peter Pan e gettata in acqua, dove fu poi divorata da un coccodrillo, che ora insegue perennemente Uncino in attesa di mangiare il resto del suo corpo. Per questo motivo Uncino pensa unicamente a come vendicarsi su Peter Pan.
All’inizio Uncino prova ad incastrare Peter Pan prendendo in ostaggio Giglio Tigrato, figlia del capo della tribù indiana presente sull’isola, tentando di convincerla a rivelare la posizione del nascondiglio segreto di Peter.
Vengono introdotti i bambini sperduti, degli eterni bambini che passano le giornate sull’isola a giocare e vivere fantastiche avventure con Peter, e a cui Wendy farà da "madre", raccontando anche a loro le sue storie.
I bambini, accompagnati da Gianni e Michele, vagano per l’isola alla ricerca degli indiani, ma vengono catturati da questi ultimi, che li credono i responsabili della scomparsa di Giglio Tigrato.
Nel frattempo Peter e Wendy stanno visitando la baia delle sirene e scorgono Giglio Tigrato legata e Uncino che la sorveglia, scoprendo il suo piano. L’intervento del protagonista che imita la voce di Uncino induce Spugna a liberare l’ostaggio e a salvare la situazione.
Nel frattempo la gelosia di Trilli (personaggio caratterizzato splendidamente) nei confronti di Wendy la induce a escogitare un trucco per ottenere la sua morte. Scoperto questo tradimento, Peter la bandisce dal suo nascondiglio e dalla sua famiglia. Arrivata da Capitan Uncino, spinta dalla rabbia verso Peter e Wendy e tratta in inganno dalle parole del capitano che alimentano la sua ira, rivela a Uncino la posizione del nascondiglio di Peter, dopo un giuramento del capitano di non fare del male a Peter. Ma una volta scoperto il nascondiglio, Uncino tradisce il giuramento e rinchiude Trilli in una lanterna. Insieme ai suoi pirati cattura i bambini sperduti, Gianni, Michele e Wendy e lasciano una bomba per uccidere Peter, ma per fortuna l’intervento di Trilli, che nel frattempo era riuscita a scappare, salva la situazione. A sua volta Peter salva Trilli dalle macerie, provocate dallo scoppio della bomba, e insieme decidono di affrontare Uncino e i suoi pirati per poter salvare i bambini sperduti, il cui destino ora è in fondo al mare. Peter affronta direttamente Uncino mentre i bambini impegnano l’equipaggio e, dopo un bellissimo duello, Uncino viene sconfitto ed è costretto a scappare, inseguito dal coccodrillo che non l’aveva lasciato in pace per tutto il film.


Wendy e i suoi fratellini sentono nostalgia di casa. Peter con l’aiuto della polvere di Trilli, fa volare la nave di Uncino e la conduce fino a Londra, dove i ragazzi potranno tornare nella propria casa.
Il cartone fu un successo commerciale, diventando anche il film di maggior incasso del 1953; successo meritato essendo uno splendido romanzo d’avventura, molto coinvolgente, divertente, ottimamente disegnato e con splendide canzoni, in cui è molto facile identificarsi. Presenta inoltre atmosfere suggestive e sognanti, con ingredienti cari ai giochi e ai sogni di tutti, bambini e adulti, dal volare agli scontri con gli indiani e i pirati, agli incontri con le sirene, all’isola sperduta.
Anni dopo, nel 2002, si cercò di replicare il successo con il sequel "Ritorno all'Isola Che Non C'è". Co-protagonista di Peter stavolta è la figlia di Wendy, ormai moglie e madre. Cresciuta in una realtà triste, la seconda guerra mondiale, a differenza della madre, Jane non crede alla favole che quella le racconta, ma sperimenterà ugualmente la magia dell'Isola Che Non C'è e il fascino di Peter Pan, guadagnando alla fine del film la dimensione del sogno e dell'incanto.
Un’eccezione di questo cartone è l’antipatia del protagonista, dato che il suo comportamento virato sul rifiuto di ogni responsabilità, sul volere unicamente giocare, con un egoismo e dei capricci tipici del bambino viziato, lo rendono piuttosto negativo e sono l’opposto della simpatia con cui viene raffigurato l’antagonista Uncino, i cui siparietti con il fidato Spugna sono la parte più divertente del cartone.


Altra personaggio molto divertente e splendidamente disegnato e caratterizzato è Trilli, che riscosse un successo tale da garantirle una serie di mediometraggi per l'home video a lei dedicati interamente. Nel cartone, come nel libro, non parla, ma presenta una fantastica mimica. Presenta un carattere molto alterno, vanitoso; durante la storia passa da un forte odio a rischiare la morte per salvare gli altri. Ma per come rappresentata, anche se è un sentimento negativo, la sua gelosia nei confronti di Wendy non può non provocare simpatia nei confronti dello spettatore.


Ma come tutte le storie scelte da Disney, la vicenda di Peter è solo apparentemente un tema per bambini; in realtà presenta molti significati e sfaccettature da adulti; rispetto al passato mancano solo scene fortemente paurose. Tutta la storia, come il romanzo di partenza, propone messaggi molto chiari sulla crescita, sul tempo che scorre o sul prendere le proprio responsabilità.
Abbiamo il tema, molto caro a Walt, della famiglia come nucleo indispensabile della nostra società: non a caso i ragazzi a fine film, nonostante le incomprensioni con i genitori della prima scena e la possibilità di rimanere in un regno pieno di avventure dove il tempo non scorre, sentono nostalgia di casa e preferiscono tornarci per riabbracciare i loro genitori; non a caso Peter tutte le notti si fermava fuori dalla camera di Wendy a sentire le sue storie, e vuole che faccia lo stesso per i bambini perduti, perché anche lui nel suo profondo sente la mancanza dell’affetto di una mamma accanto a sé, tema forse molto più attuale oggi di quando è uscito il film, con strumenti come pc, videogiochi, tv ecc che allontano il vero rapporto di gioco e di complicità che invece dovrebbe accompagnare genitore e fanciullo durante la sua crescita.
Vi è il tema, già citato, di non abbandonare mai i propri sogni e la convinzione che con i propri mezzi ci può permettere ottenere qualunque risultato, come già detto, perfino volare.
Abbiamo il classico percorso di formazione dei ragazzi, soprattutto il personaggio di Wendy, che vede avvicinarsi a se il mondo degli adulti e delle responsabilità, rappresentato metaforicamente dall’ira del padre e dall’ultima notte che dovrà passare nella stanza con i suoi fratelli. Proprio durante questa notte, attraverso Peter, fugge da quest’incombenza in un mondo senza regole e responsabilità, pieno di avventure, praticamente un sogno, per poi risvegliarsi a fine film (come succede ad Alice nel classico precedente) e tornare nella realtà, maturata e in parte cambiata. E torna a casa anziché rimanere sull’isola perché la crescita e la maturità sono inevitabili.
Un altro simbolo del tempo che scorre e che ci insegue è rappresentato dalla figura del coccodrillo, che avendo ingoiato un orologio, viene sempre introdotto in scena da un ticchettio e, in maniera geniale e metaforica, raffigura il tempo che passa e che insegue tutti noi, e nel cartone insegue Uncino in divertentissime scene.


Ma il tema principale di tutta la storia è l’importanza di conservare una piccola parte di spensieratezza, mantenere dentro di noi una piccola parte del bambino che è stato anche nel momento inevitabile della crescita. Quello che impara Wendy alla fine di questo suo percorso e quello che deve rappresentare Peter Pan come lato positivo del suo personaggio. L’eterno fanciullo legato all’aspetto fisico è solo una metafora per rappresentare come ognuno di noi, a prescindere dall’età, debba mantenere una giovinezza interiore, un desiderio di gioia e di gioco, una spontaneità e una creatività nell’affrontare la vita.
E il miracolo avviene anche nel personaggio che all’inizio era l’ostacolo e l’opposto di tutto questo e lo splendido, poetico e commovente lieto fine (a mio parere forse il più bel finale disney) gli e ci ricorda proprio questo e avviene negli occhi di Agenore, che nel cielo riconosce una nuvola a forma di galeone, che ha visto tanto tempo fa, quando era bambino….






Andrea

sabato 17 maggio 2014

Viaggio nel mondo Disney: Alice nel Paese delle Meraviglie


Alice nel paese delle meraviglie” è il titolo del 13° classico Disney, nuova tappa del nostro viaggio, uscito nel luglio del 1951.


L’interesse di Walt Disney verso le opere di Lewis Carroll (autore del romanzo originale) risalgono a molto tempo prima: negli anni '20, lontano ancora dalla celebrità, aveva girato un cortometraggio ispirato ai libri di Alice, e negli anni '30 inizia a sognare un lungometraggio realizzato sia con personaggi reali che personaggi animati. L’avanzare di nuovi progetti come Biancaneve e l’enorme sforzo economico e lavorativo previsto per la realizzazione di Alice, in un periodo cupo della storia dell’umanità come la seconda guerra mondiale, convincono Walt a spostare il progetto fino ai primi anni '50, concedendosi nel frattempo un fantastico cortometraggio con protagonista topolino dal titolo “Attraverso lo specchio” liberamente ispirato al libro “ Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” sempre di Carroll.

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Superate tutte queste difficoltà, Walt riesce finalmente ad arrivare alla stesura della sceneggiatura e alla realizzione di un lungometraggio su Alice, che, per chi scrive, è tra i suoi capolavori assoluti, ancora più folle e visionario del libro.
Il film inizia con la protagonista sdraiata e annoiata, accanto a lei la sorella maggiore la rimprovera mentre sta leggendo ad alta voce un libro di storia, simbolo della severità e materialità del mondo adulto. Ma Alice desidera molto altro e nel frattempo intona a il suo gatto Oreste come sarebbe il suo mondo ideale, dove
"[...] niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe! [...]”
introducendo tutto ciò che poi vedremo durante la storia, una specie di realizzazione di questo suo desiderio.
“[…] che bellezza se sapessi che quel mondo delle meraviglie c'è!
L’inizio di questo viaggio avviene con l’apparizione di un coniglio bianco, chiamato Bianconiglio, con panciotto, gilet e orologio da taschino, che per l’autore rappresenta l'alter ego anziano di Alice, un adulto fortemente ossessionato dal tempo, in estremo ritardo, ma che attira l’attenzione e la curiosità di Alice, spingendola a introdursi in una tana, cadendo nel vuoto e iniziando il suo folle viaggio.
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Una volta terminata la caduta, Alice si trova a volare a testa in giù, simbolo del passaggio da un mondo reale a un mondo capovolto, e vede il Bianconiglio allontanarsi dietro una porta piccolissima. La porta è il vero ingresso al Paese delle Meraviglie e la sua dimensione indica come solo i bambini o gli adulti che riescono a sognare come loro possano passare.
Su suggerimento della Serratura Parlante della porta, Alice mangia e beve prodotti misteriosi, cambiando più volte dimensione, fino a quella adatta ad attraversare la porta, varcata la quale ci aspetta la prima tra le tante, folli, divertenti scene: Alice incontra il Capitan Libeccio, un dodo parlante intento a dirigere una “maratonda” di altre creature marine. Nel libro originale si tratta della satira dei congressi politici dei partiti inglesi; anche pensando alla scena Disney ci tornano in mente situazioni sempre attuali, in cui uomini di potere sono innalzati su un trono accanto al fuoco e il popolo lavoratore continua a correre senza concludere nulla, grazie alle errate indicazioni dei potenti, ritratto di una realtà in cui “non c’è mai nessuno che stia avanti o che stia indietro”, ma c'è invece chi è già sopra di noi e fuori da questo pazzo giro.


Inseguendo nuovamente il Bianconiglio, Alice entra in un bosco dove incontra due gemelli, Pinco Panco e Panco Pinco, che raccontano ad Alice una storia adatta alla sua curiosità per il coniglio bianco, la storia delle ostrichette curiose. Recitato in rima, il racconto vede protagonisti un tricheco e un carpentiere, su una spiaggia. Il tricheco, suonando il bastone come un flauto, attira fuori dall’acqua le ostrichette per fare tutti insieme colazione, nonostante queste, precedentemente, fossero state avvisate di non accettare inviti dagli sconosciuti e di non dare troppa fiducia al prossimo, che come conseguenza porta sempre e solo guai (tema molto caro a Walt, presente in quasi tutte le sue opere).
http://spf.fotolog.com/photo/15/37/64/dadobass/1228222074527_f.jpg L'interpretazione "politica" della situazione invita a diffidare da certe promesse di gente dalle belle parole, tra cui il tricheco rappresenta il capitalista e il carpentiere il ceto medio, a cui restano, tra l'altro, solamente le briciole (altro tema caro a Walt). Le ostrichette verrano infatti divorate tutte dal tricheco, suscitando la rabbia del carpentiere. La mini-storia, molto macabra e in realtà inadatta ai bambini, come del resto tutto Alice e le opere Disney in generale, simboleggia dunque l’avidità, che da sempre ci contraddistingue purtroppo, a discapito della condivisione.
Dopo questo intermezzo, Alice riprende la ricerca del Bianconiglio, fino a giungere alla casa di questo. All’interno mangia un biscotto, cedendo nuovamente alla tentazione e alla curiosità, e come punizione si ritrova gigantesca e bloccata dentro la casa. Il Bianconiglio e il Capitan Libeccio, passato casualmente, la ritengono un mostro e costringono la lucertola spazzacamino Biagio a farla uscire passando per il camino. Fallito questo tentativo, nasce l’idea di bruciare la casa, ma Alice riesce a fuggire mangiando una carota dall’orto del coniglio e diventando piccola come un insetto.
La scena successiva è tra le più inquietanti del cartone e della filmografia Disney: Alice incontra dei fiori parlanti, magnificamente umanizzati, che prima la trattano con rispetto, cantando insieme una soave canzone, poi si rivelano ipocrite e crudeli e la scacciano accusandola di essere una comune e insignificante erbaccia, portando un altra metafora della differenza di trattamento tra classi sociali, dove l’alto borghese maltratta la classe più povera, dimostrando la bontà solo in apparenza.

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 L’incontro successivo è con un altro fantastico personaggio, tra i più carismatici e famosi dell’intera opera, il Brucaliffo, intento a cantare, fumare e creare nuvole di fumo della forma delle lettere da lui pronunciate. Quest’ultimo si pone in tono altezzoso e presuntuoso verso Alice (nel libro è una chiara critica dell’insegnante del periodo ottocentesco), non permette ad Alice di fare domande, non la lascia esprimere e si rivela alla fine anche permaloso su un discorso banale come quello dell’altezza. Dopo la sua trasformazione in farfalla, dà comunque un suggerimento ad Alice, parlandole del fungo, del quale “...un lato ti fare diventare più grande e l’altro lato ti fare diventare più piccola...”

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Da sottolineare come nella versione italiana si sia realizzato uno splendido doppiaggio e un magnifico adattamento, riuscendo a mantenere difficili giochi di parole o creandone di nuovi. La scena sopra citata ne offre un esempio: la parola “incognita”, pronunciata dal Brucaliffo e intesa in campo matematico, viene inventata per dare un senso alla Y fuoriuscita dalla sua bocca, mentre nella versione originale diceva “why”, di cui Y è l’abbreviazione.
Una volta tornata, grazie al fungo, alla sua normale dimensione, Alice incontra lo Stregatto, ennesimo folle e indimenticabile personaggio, dall’enorme carisma e con un sorriso entrato nella storia del cinema, che fa apparire e scomparire parti del corpo, in alternanza e a suo piacimento, e che indica ad Alice la sua prossima tappa:
“...Se io cercassi il Bianconiglio, lo chiederei al Cappellaio Matto oppure al Leprotto Bisestile..."

Entrata in una casa con giardino, Alice vi scorge un enorme tavolo, con una quantità infinita di tazze, e seduti capotavola ci sono il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile, altri fantastici personaggi, protagonisti della mia personale scena preferita, forse la più divertente di tutto il film. L’inno che accompagna la delirante scena è il festeggiamento del “non-compleanno”
“Noi tutti abbiamo un compleanno ogni anno....Ed uno solo all'anno ahimè ce n’è...Ma ci son 364 non compleanni, e questi preferiamo festeggiar!”
La scena è divertentissima, risulta quasi indescrivibile; ad Alice viene ripetutamente proposto di bere una tazza di tè, ma causa un continuo cambio di posto non vi riesce mai. I giochi verbali non-sense si succedono a raffica. Di -personalissimo- culto è la battuta del Cappellaio Matto che chiede al Leprotto se vuole del tè, e questo gli risponde “soltanto mezza tazza”, tagliandola verticalmente a metà con un coltello! Genio puro.
Fantastica anche la scena del Cappellaio che cerca di aggiustare l’orologio del Bianconiglio, usando una saliera come lente d’ingrandimento e inserendo al suo interno in sequenza burro, tè, due cucchiaini di zucchero (ma nell’orologio vengono inseriti solo i cucchiaini), marmellata e limone provocando l’esplosione dell’orologio.
Anche in questa scena va sottolineata la cura del doppiaggio, davvero notevole: ad esempio, quando Alice bisbiglia all’orecchio del Cappellaio la parola gatto (in inglese C-A-T da cui l’assonanza T-E e il successivo ingresso del Leprotto Bisestile con in mano una tazza piena), tradotta con O-RE-STE, inventando il nome del gatto per mantenere il gioco di parole finale (S)T-E e mantenere credibile la scena.
Tutta questa parte è, comunque, anche una spietata critica a tutte quelle tradizioni, quei luoghi comuni che ci accompagnano e ci “costringono” ad effettuare determinate azioni in determinati giorni o momenti, come appunto il compleanno o il tè delle 5, mentre nel romanzo d’origine queste figure sono anche una forte critica all’aristocrazia inglese.
L’apice di questo intermezzo rimane comunque la canzone, il “Buon Non-Compleanno”, geniale, indimenticabile, canticchiata da chiunque almeno una volta nella vita.


Subito dopo, Alice decide di interrompere la sua ricerca del Bianconiglio e di tornare a casa, seguendo un sentiero che viene però cancellato, trovandosi così sola nel bosco in lacrime, circondata da curiosi e fantasiosi animali come uccelli a forma di gabbia, di fisarmonica e di matite, fino al ritorno della Stregatto. Alice gli dice di non riuscire a trovare la sua strada e il Gatto le fa notare come tutte le strade siano della regina e le mostra un passaggio segreto che porta direttamente al palazzo della Regina di Cuori.
Al suo ingresso, Alice trova un giardino di rose rosse, con una piccola parte di rose bianche, dovute a un errore fatto da tre carte da gioco, sudditi schiavi della regine, che tentano di rimediare al misfatto, pitturandole, prima dell'arrivo della sovrana, temendone l’ira. In questo momento ricompare il Bianconiglio, svelandoci il motivo del suo ritardo, annunciando la Regina di Cuori, altro fantastico e inquietante personaggio: una enorme signora, regina del regno, arrogante e crudele, di cui è vittima persino il re, rappresentato infatti metaforicamente suo opposto, piccolo di statura e corporatura e pauroso di carattere. Nel libro è un chiaro riferimento critico alla regina Vittoria, rappresentandola in tono estremamente crudele. Ogni cosa deve essere predisposta secondo il suo volere, anche situazioni banali come una partita a croquet (presa in giro di un uso comune dell’epoca), in cui tutti i sudditi-carte cercano unicamente di farla vince, o come le rose rosse, già citate. Altra rappresentazione del suo potere sono i suoi sudditi, rappresentati come carte, come se fossero catalogati in numeri e simboli di nessuna importanza. Per chi non ubbidisce al suo volere, insindacabile, è prevista un’unica pena, entrata anch’essa nella storia del cinema, urlata con viso paonazzo: “Tagliategli la testa!”

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Durante la partita di croquet, l’intervento dello Stregatto mette la regina in totale imbarazzo di fronte ai suoi sudditi e le colpe ricadono su Alice, che è costretta a subire un processo, uno degli apici della storia.
In una specie di riepilogo, con la solita follia, ricompaiono molti personaggi incontrati precedentemente da Alice: giurati completamenti disinteressati e testimoni pazzi e inutili. Alice è imputata innocente, il cui destino, però, è già scritto ancor prima di iniziare: “esecuzione prima, sentenza poi", ferocia critica verso la giustizia.
Durante il processo, grazie ai pezzi di fungo consigliati dal Brucaliffo, Alice cambia dimensioni due volte: la prima volta diventa enorme e sfoga tutta la sua rabbia contro la regina, che per la prima volta si sente dire la verità, simboleggiando la maturità di Alice, poi purtroppo ritorna di statura normale ed è costretta a subire nuovamente l’ira della regina, che le scaglia contro tutti i suoi sudditi e tutti i personaggi precedentemente incontrati, costringendo Alice alla fuga, nell’ennesima scena folle, inquietante e completamente inadatta alla visione da parte di un bambino.


L’ultima scena vede Alice, nuovamente sveglia, scoprire che era tutto un sogno, ritornare alla vita reale e alla classica bevuta del tè pomeridiano, coronamento di un percorso di formazione e maturazione, altro tema tipico dei cartoni Disney, in cui il risveglio è metafora della conclusione del viaggio. Il mondo è nuovamente lo stesso di inizio film, è Alice ad esser cambiata e maturata

Il film alla sua uscita ricevette molte critiche, mentre, per chi scrive, è tra le vette della filmografia: un cartone divertentissimo, folle, pieno di personaggi estremamente carismatici e battute entrate nell’immaginario collettivo e zeppo di significati, più o meno nascosti, disegnato inoltre magistralmente.
Come quasi sempre in casa Disney, inadatto ad un pubblico bambino e, se possibile, ancora più folle del libro d’origine, di cui sicuramente è la miglior trasposizione, nettamente superiore all’invece mediocre remake di Burton, che perde ogni confronto sotto ogni punto di vista: pazzia, simpatia, genialità, carisma, qualità che invece non mancano alla versione Disney, inarrivabile.

Andrea

lunedì 21 aprile 2014

Viaggio nel mondo Disney: Cenerentola

Uno dei Classici Disney più conosciuti e amati è il capolavoro del 1950, Cenerentola, ispirato alla celebre fiaba di Charles Perrault.


La seconda guerra mondiale è ormai alle spalle. Disney ha un po' più denaro a disposizione e decide di tornare a produrre un lungometraggio animato puro, dopo i film collettivi di cui abbiamo parlato e le animazioni miste sperimentate (che davvero costavano molto meno, tanto che si decise di continuare a utilizzare la live action come modello pre-animazione per contenere i costi di questo nuovo film, utilizzando attori come Helene Stanley per Cenerentola e Anastasia e Jeffrey Stone per il personaggio del Principe, lavorando sull'animazione dei personaggi fino all'edizione definitiva, sfruttando anche l'apporto dei doppiatori, specie Ilene Woods, per conferire più carattere alle figure).

La storia, sebbene differisca un poco dall'originale fiaba, avendone limate le parti più crude, è comunque nota. Figlia di un ricco nobiluomo, che si risposa per garantire all'adorata figlia una madre che le voglia bene, Cenerentola si ritrova in realtà, alla morte del padre, a essere succube della matrigna, affatto incline ad amare la figlioccia, anzi decisa a renderla serva di casa, nascondendo la sua bellezza, decisamente superiore a quella delle figlie di lei, e a trattarla con tutta la malignità possibile.
La vita della povera Cenerentola passa attraverso una routine tutta lavoro e cattiverie delle parenti acquisite nei suoi confronti, fino al giorno in cui tutte le ragazze in età da marito vengono chiamate a un ballo al castello del re, affinché il principe erede possa trovare una sposa.
La sola consolazione della ragazza, sempre gentile e di buon umore, in questa schiavitù domestica è rappresentata dall'amicizia con i topolini e gli altri animali che vivono nella casa, molto affezionati a lei e pronti ad aiutarla e a rallegrare le sue giornate.
Proprio il giorno in cui giunge l'invito al ballo, questi piccoli amici le dimostrano tutta la loro lealtà: la matrigna, decisa a non far partecipare Cenerentola, le promette di portarla solo se la fanciulla sarà in grado di sbrigare tutte le faccende domestiche affidategli e procurarsi un abito. Naturalmente la donna fa in modo di assegnare alla ragazza una tale quantità di mansioni da renderle assolutamente impossibile preparare il vestito, ma i topolini, capitanati dall'impavido Giac e il dolcissimo, imbranato Gas Gas, si organizzano per completare in tempo l'abito, che verrà però strappato dalle sorellastre invidiose.
A questo punto della storia i "cattivi" sono riusciti nel loro intento: sventare ogni onesto tentativo dei "buoni" di raggiungere l'obiettivo, cioè mandare Cenerentola al ballo.
Ma nelle fiabe è a questo punto che entra in gioco l'elemento magico, l'aiutante, in questo caso specifico la Fata Smemorina, che con le parole magiche della canzone Bibbidi-Bobbidi-Bu (e così la Disney dimostra ancora una volta che bastano poche sillabe senza senso per creare una canzone di successo, come Hi-Diddle-Dee-Dee, cantata dalla Volpe in Pinocchio o come la celebre Supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins) rimedia a Cenerentola carrozza, cavalli, cocchiere e lacché (trasformando rispettivamente una zucca, quattro topini, il cavallo e il cane Tobia) e un abito stupendo con scarpette di cristallo.
Come noto, Cenerentola, che ha tempo solo fino allo scoccare della mezzanotte prima che gli incantesimi della fata svaniscano, giunge al ballo e fa innamorare il Principe, con cui balla tutta la notte, scatenando l'invidia di ogni altra ragazza, specialmente delle sue sorellastre Anastasia e Genoveffa, che però non la riconoscono e non sospettano possa essere lei. Quando arriva la mezzanotte, la ragazza fugge, senza lasciare al Principe nessun altro indizio per ritrovarla, all'infuori di una delle scarpette di cristallo, che perde durante la fuga e che diviene oggetto di un proclama per ritrovare la giovane che il principe desidera sposare: chi sarà in grado di calzare la minuscola scarpina, sarà futura sposa del Principe.
All'annuncio di questo proclama in casa Tremaine, la matrigna comprende, dalla reazione della sua figlioccia, che era lei la ragazza misteriosa che il Principe ora cerca e la rinchiude nella sua stanza, prima dell'arrivo del Granduca Monocola, incaricato dal re di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del paese.
Anche stavolta l'aiuto dei piccoli amici, che recuperano la chiave dalla tasca della matrigna e liberano Cenerentola, e la provvidenza della Fata, che aveva lasciato l'altra scarpetta alla ragazza, assicurano il lieto fine della storia, permettendo al Granduca di riconoscere la ballerina misteriosa del ballo e portarla al castello.

Morale della favola: nell'essere giusti e buoni si riceve sempre un aiuto, una ricompensa. Occorre dunque sempre comportarsi in modo retto e giusto, credendo nei propri sogni, come ricorda I Sogni son desideri: impegnandosi nel realizzarli si viene premiati, mentre la cattiveria non paga.

Il pregio di questo cartone animato è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi secondari: la storia è conosciuta e scontata, Cenerentola è la classica principessa dal buon cuore, vittima della crudele matrigna (come già Biancaneve prima di lei), ingenua e smaliziata, tanto da non essersi nemmeno accorta che era con il Principe che aveva ballato tutta la sera e il Principe è nient'altro che una presenza idealizzata, che in tutto il film si vede appena e si sente parlare ancora meno.
Il film, però, che comunque rimane sotto le righe rispetto a capolavori precedenti e successivi, è animato dagli altri personaggi, importanti co-protagonisti, più che personaggi secondari, di Cenerentola.
Innanzitutto i topini di cui già abbiamo parlato: buoni e cari, tutti simpatici e pieni d'inventiva, aiutano Cenerentola in ogni occasione e arricchiscono il racconto narrativo, in cui si intercalano le loro avventure col gatto Lucifero, la cui cattiveria è pari a quelle delle sue padrone. Tra fughe e dispetti di ogni sorta da una parte e dall'altra, questa contrapposizione gatto-topo è particolarmente riuscita.


Meno importanti, ma comunque simpatici, gli uccellini azzurri, il cavallo e il cane Tobia.
Venendo ai personaggi umani, estremamente simpatici sono il Gran Duca Monocolao, pieno di sussiego e terrorizzato dal buffo, piccolo, irascibile re e la Fata Smemorina, distratta, ma molto buona.


Tuttaltro che simpatiche, anzi odiose, le sorellastre: viziate e acide, pronte a rivalersi sulla povera Cenerentola anche senza motivo.
Ma peggiore ancora, subdola e malvagia, Madame Tremaine, che ha in odio la figlia del defunto marito e fa di tutto per negarle agio e felicità. Spesso mostrata in ombra, non raggiunge la cattiveria e la maestosità di Grimilde, né incute lo stesso terrore (la regina cattiva di Biancaneve voleva addirittura uccidere la figlioccia, ma a parte la diversità di intenti delle due donne, stabilita dalle fiabe, a tredici anni di distanza dal primo film Disney i tempi sono cambiati e Cenerentola si potrebbe definire il primo lungometraggio interamente adatto ai bambini, specie grazie alla presenza dei divertenti topolini), ma raggiunge in qualche scena momenti di grande fascino, come l'immagine che la ritrae quasi come un gatto, al buio, con solo gli occhi illuminati dalla cattiveria per il proposito che le è appena venuto in mente, di impedire a Cenerentola di provare la scarpetta.

Molti anni dopo, nel 2002 e poi nel 2007 furono prodotti due sequel di Cenerentola, di qualità molto inferiore, destinati esclusivamente all'home video: Cenerentola II - Quando i sogni diventano realtà (costituito da tre episodi distinti) e Cenerentola III - Il gioco del destino, con una trama più consistente.

sabato 5 aprile 2014

L'amore ai tempi degli O. S.

Operative Sistem.
Sempre più avanzati, funzionali. A volte scherziamo, chiedendoci tra quanto creeranno il primo telefono o computer che ci farà anche il caffè. Ma c'è poco da scherzare, perché oggigiorno questi dispositivi sono davvero smart, hanno una sorta di intelligenza (sarebbe quasi d'obbligo un parallelo con A.I. di Kubrick-Spielgberg o con Blade Runner di Ridley Scott). Hanno pure la parola: ci leggono gli sms mentre siamo in macchina. E allora cosa gli manca? L'emozione. L'amare.
Fra quanto incominceranno ad amare?



In un presente/futuro non definito, Joaquin Phoenix è Theodore, che di lavoro crea lettere bellissime per altre persone (epoca dunque in cui parlare d'amore o di ringraziamento o di auguri è compito delegato ad altri, pagati apposta per perderci tempo) e sentimentalmente è un disastro, perché quegli stessi sentimenti che immagina e detta per terzi, lui alla moglie non ha saputo comunicarli e deve ora firmarle le carte per il divorzio.
In questa epoca fittizia (ma non troppo), in cui per strada la gente parla solo col proprio telefono, il proprio tablet, il portatile o l'auricolare, hanno inventato il sistema operativo più all'avanguardia di tutti: OS1, capace di evolvere, interagendo con il possessore.
E questi OS sono straordinariamenti intelligenti, anzi sono di più: sono veri come persone, tranne che per il corpo. Ed evoluzionano come noi, imparando non solo le esigenze di chi le ha acquistate, ma anche la rabbia, la felicità, la speranza, la frustazione e soprattutto l'amicizia e l'amore.
Theodore compra uno di questi sistemi operativi e si stupisce di scoprire al di là dell'auricolare (ideale corazza che teoricamente assicura protezione a chi ne fruisce, potendovisi rivolgere senza timore di essere ferito, confidandovisi senza essere giudicato), viva all'interno di un disco rigido, una mente, un'intelligenza, una donna, Samantha, così reale e pura e divertente da potersi innamorare di lei, venendo ricambiato, giungendo a un amore oltre il platonismo, oltre la carnalità.
Questa è una storia d'amore immensamente curiosa: il povero protagonista è in parte incompreso dagli altri, dalla ex moglie, per la quale una relazione con un computer è una chiara dimostrazione del non essere ancora in grado di gestire la propria sfera emozionale; in parte dubita di sé, in parte è esaltato da questo nuovo amore; più avanti trova l'apertura di chi accetta questa forma d'amare, la solidarietà di altre persone che hanno trovato nei nuovi OS amici e compagni.
Ma l'amore è costantemente uguale a sé stesso, che si scelga di amare una persona (di sesso opposto o del proprio), un animale (e mentre scrivo non posso non pensare all'episodio Che cos'è la sodomia? di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso) o un'intelligenza artificiale.
L'amore ha, quindi, quelle gradevoli e sgradevoli costanti, che sono l'eccitazione, le farfalle nello stomaco, la perdita del senno e dell'appetito, ma anche i problemi: la gelosia, le mezze verità, la mal tolleranza delle limitazioni del partner. Un rapporto per come lo si giri, anche se è il più unico del mondo (e chiunque sia stato innamorato ha creduto che il proprio lo fosse), ovvero quello tra umano e sistema operativo, ha dei punti di incomprensione, di difficoltà. Questo film ha il pregio di affrontare il discorso da un punto di vista originale, ma racconta comunque una storia d'amore, che proprio per la sua unicità è arricchita di molti problemi in più, oltre ai "più classici". E questa storia scappa dalle mani a Theodore, a Samantha (che nel suo percorso di formazione, impara non solo di essere capace di amare, ma essendo un'"intelligenza" anche di potere e volere conoscere più persone, più menti), ma anche ai creatori degli OS, che avendo scoperto possibilità nuove, decidono di esplorarle e di esplorarsi lontano dagli uomini.
Amaro il finale, come quello di molte altre storie d'amore, anche umano-umano, ma non importa. Non è "l'amaro in bocca" che lascia questo film all'uscita dalla sala cinematografica.
Tuttaltro: è la soddisfazione di aver visto un bel film, trattato bene (nessuno ne dubitava dopo l'Oscar ricevuto da Jonze per la sceneggiatura originale); l'emozione per una storia (d'amore) finalmente originale, ingegnosa, ma anche dolce. Un'analisi non superficiale non solo degli stereotipi (veri) sull'amore, ma anche della nostra società ai tempi degli smart-phone&co. e la provocazione che ne segue: visto che passiamo tanta parte della nostra vita appiccicati a dispositivi elettronici di vario tipo, che le nostre vite sociali si riducono ai social-network (e il gioco di parole è voluto) e conosciamo le persone più sul web che al bar, perché non viviamo anche delle relazioni virtuali? Ancora il sesso e il caffè i nostri computer non ce li fanno (ma non è neppure poi vero, tra reale e virtuale è rimasta una minima sfumatura e su quale sia la finzione e quale la realtà non possiamo più mettere la mano sul fuoco), ma forse davvero non manca molto.
Così il rapporto umano-robot che ai tempi dei film sopracitati era fantascienza, oggi ha poco di fantasia. Il tema resta lo stesso, ma negli anni evoluziona e cambia il punto di vista. L'avevano trattato i più grandi (Kubrick, Spilberg, Scott) e per tornare a parlarne con originalità serviva un altro grande (Spike Jonze), che ha creato un prodotto intelligente e piacevole, non solo per la storia, che infatti è stata premiata, ma anche per la fotografia, le scenografie, curate negli esterni e negli interni, attentissimo il gioco di colori degli arredi, sempre in tono con gli abiti dei personaggi, altrettanto ben selezionati: ho adorato i colori pastello, caldi e meravigliosi, di questo film e la luce, che sempre creava giochi speciali.
Convincente anche il cast, specialmente Phoenix, dolce e umano; ma anche Amy Adams, nel ruolo di insicura (per la verità questa insicurezza pervade quasi tutti i personaggi umani, compreso Theodore e la sua ex moglie Catherine, al contrario di Samantha, che è quasi priva delle fragilità umane, mentalmente più elevata degli uomini, in quarto artificiale e dunque tendente alla perfezione), ruolo molto diverso da quello che aveva calzato in American Hustle; e naturalmente anche Scarlett Johanson, che, nonostante l'assenza del corpo, e quindi della gestualità, che l'hanno caratterizzata come icona di sensualità, se la cava comunque bene.
Insomma io potrei giurare che è da molto tempo che al cinema non trovavo un film così ben pensato e bello.
Fossi in chi legge, me lo andrei a vedere.