Il 16° classico di animazione Disney, uscito nel 1959, è ancora una trasposizione a cartoni di una fiaba di Perrault, come precedentemente Cenerentola: la bella addormentata.
La vicenda è nota e inizia al battesimo della pricipessa Aurora, figlia di re Stefano e della regina Leah. I festeggiamenti, ai quali partecipa tutto il regno, vengono rovinati dalla comparsa della strega Malefica che, risentita per non essere stata invitata, scaglia un incantesimo sulla bambina: crescerà e sarà bella ma, prima che il sole tramonti per il suo sedicesimo compleanno, morirà pungendosi il dito al fuso di un arcolaio.
Un nome, un programma: cattiva tra i cattivi, Malefica rappresenta la più seria e meno caricaturale delle antagoniste. Elegante nelle movenze, mai ridicola, fascinosa, potente, persino bella, ma irremovibile, non si può fare a meno di prenderla sul serio. Un altro cattivo dello stesso spessore, ma del sesso opposto, possiamo ritrovarlo anni dopo in Scar, nel Re Leone.
XIV secolo. Il narratore ci introduce al racconto sulle musiche del balletto della bella addormentata di Pëtr Il'ič Čajkovskij, cantate dalla Berliner Symphoniker.
Mentre al principe Filippo viene presentata la futura sposa bambina e le buone fate offrono i loro doni alla piccola Aurora, Malefica interrompe Serenella, in procinto di pronunciare il suo incantesimo e maledice la piccina, svanendo poi nel nulla. Re Stefano prende provvedienti per difendere la figlia - far bruciare tutti gli arcolai del regno e cercare Malefica-, ma le fate (Flora, Fauna, Serena), convinte che tutto ciò non basterà, offrono il loro aiuto al re: oltre all'incantesimo di Serenella, che riesce ad attenuare la forza dell'incantesimo, il quale provocherà non la morte ma un sonno duraturo fino a un bacio d'amore, propongono di nascondere la bambina per 16 anni nel folto del bosco, allevata da loro, mascherate da contadine.
Così Aurora cresce nascosta e lontana dai genitori fino al giorno del sedicesimo compleanno. Per tutti questi anni, Malefica aveva fatto cercare la principessa da i suoi scagnozzi per tutto il regno.
Giunti al giorno in cui l'incantesimo deve compirsi non ha ancora ottenuto risultati: il rapporto dei suoi sottoposti rivela che non c'è traccia della bambina in nessun angolo del regno né in nessuna...culla! Malefica scopre dunque che per 16 anni si è cercato nella direzione sbagliata e, dopo aver punito i suoi servi, invia il suo fidato corvo a cercare la sedicenne.
Nel frattempo le tre fate decidono di organizzare una festa a sorpresa ad Aurora per poi dirle addio e riaccompagnarla dai suoi genitori. La mandano con una scusa nel bosco e si cimentano nell'impresa più grande di loro di prepararle una torta e cucirle un vestito senza ricorrere alla magia. Mentre le tre combinano una serie di disastri fino a vedersi costrette a usare la magia, manifestando così la propria presenza al corvo inviato da Malefica, Aurora incontra per caso il principe Filippo. Senza sapere di essere stati fidanzati da bambini, passano un felice pomeriggio e s'innamorano.
Prima di tornare a casa, Aurora invita Filippo ad andare a trovarla più tardi alla capanna, ma, rientrata, le fate le annunciano che quella sera verrà ricondotta al castello dai genitori, che lei è la principessa Aurora, fidanzata al principe Filippo e che non potrà rivedere il ragazzo conosciuto nel bosco. Spiazzata e infelice, la ragazza si rifugia in camera a piangere e continua a piangere quando viene portata al castello per incontrare la sua famiglia, spingendo le fate a lasciarla da sola per un po'. Poco prima del calare del sole, Aurora cade sotto un incantesimo e, ipnotizzata dal potere di Malefica, sale una scala a chiocciola nascosta in una parete fino ad un arcolaio al quale si punge un dito, cadendo addormentata.
Le fate arrivano troppo tardi e trovano l'incantesimo già compiuto. Dispiaciute, prendono la decisione di addormentare tutto il castello e i suoi abitanti e così scoprono re Uberto sussurrare che il figlio, Filippo, gli ha detto nel pomeriggio che non sposerà Aurora perché ha conosciuto quello stesso giorno una contadina di cui si è innamorato. Le fate comprendono dunque l'equivoco e corrono a cercare Filippo, che, come Aurora aveva detto, si era recato alla capanna a cercare la ragazza, trovando però ad aspettarlo Malefica e i suoi brutti troll, che lo catturano e lo portano al castello di Malefica, dove la strega intende tenerlo per 100 anni, impedendo al giovane di salvare la principessa. Le fate si intrufolano nel castello e rintracciano Filippo, liberandolo e fornendogli spada e scudo per sconfiggere Malefica. I quattro fuggono, superando le
guardie della strega, che interviene personalmente trasformandosi in un drago enorme. Filippo, con l'aiuto delle fate, riesce però a uccidere il drago; condotto fino alla torre in cui dorme Aurora, con un bacio la libera dall'incantesimo. Tutto il reame si sveglia, la principessa riabbraccia i genitori e vivrà per sempre felice e contenta.
Apoteosi delle storie d'amore e di principesse, questo film purtroppo non ottenne molto successo all'uscita nei cinema.
Girato, come solo Lilli il Vagabondo prima e Frozen poi, in widescreen, ossia con la visione a schermo totale, fu anche l'ultimo film per cui si impiegarono i rodovetri inchiostrati a mano per il passaggio dai disegni alla celluloide e Disney decise di usare uno stile di disegno originale e diverso da tutte le opere precedenti. Poiché l'ambientazione era medioevale le illustrazioni, i fondali, i personaggi sono più stilizzati che in Biancaneve o Cenerentola, come se si trattasse dei disegni di un testo dell'epoca; allo stesso tempo però, poiché fu usato anche il Technirama 70, cioè l'allargamento del formato 35mm a 70mm, si poterono fornire molti più dettagli alle ambientazioni e Disney nominò responsabile dei disegni e dei colori Eyvind Earle che disegnò la maggior parte dei fondali da solo, creando un effetto di insieme molto particolare e nuovo.
La caratterizzazione dei personaggi compie, come in Biancaneve e Cenerentola, un ribaltamento dei ruoli: la principessa e il principe sono stereotipi e i comprimari gli rubano la scena, sono più simpatici e accattivanti.
Stavolta i giovani principi godono di un senso di ribellione che li rende più dinamici, principalmente Filippo, che è il primo principe a parlare (a differenza dei predecessori) e a prendere parte all'azione, sconfiggendo il drago e la magia della strega.
I sovrani dei due regni, Stefano e Uberto, ci regalano un delizioso siparietto mentre litigano sopra il destino dei propri figli; mentre le tre fate sono le buffe animatrici del cartone: buone, volenterose e pasticcione.
Ma la migliore di tutti i personaggi del film, la più riuscita, è Malefica, superba come Grimilde in Biancaneve, così accattivante da aver conquistato il pubblico Disney e da aver convinto i produttori a dedicarle, 55 anni dopo, un film che intende riabilitarla come buona.
Lilli e il vagabondo è il titolo del 15° classico Disney, uscito nel giugno del 1955.
Il
cartone inizia la notte di Natale, quando “Gianni caro” regala a sua
moglie “Tesoro” (questi i nomi con cui vengono identificati i padroni
di Lilli, subito ad indicare come i veri protagonisti saranno i cani e
non gli umani) un dolcissimo e tenerissimo cucciolo di cocker, a cui
danno il nome Lilli.
Nella scena successiva Lilli ci entra subito
nel cuore: Gianni vuole farla dormire da sola in una piccola cuccia in
salotto, convinto che altrimenti non si abituerà mai, mentre Lilli
vorrebbe trascorrere la notte nel letto con i suoi nuovi padroni. Per
due volte li raggiunge dopo aver aperto la porta da sola, ma viene
sempre respinta e riportata in salotto. Dal terzo tentativo gli viene
impedito di uscire adagiando una sedia contro la porta, allora
tenta di addolcire il loro cuore con dei dolci lamenti, ma ottiene solo
le urla di Gianni.
Non ancora domata, Lilli riesce ad aprire la
porta e a raggiungere i suoi padroni che inteneriti le concedono di
passare la notte con loro nel letto, ma “solo questa notte, intesi?”
sottolinea subito Gianni.
Un salto temporale ci mostra Lilli
cresciuta e ancora sdraiata nel loro letto, rivelandoci come la sua dolcezza
e la sua tenerezza abbiano avuto la meglio anche per tutti i
giorni a venire.
Lilli
è l’incontrastata reginetta di casa, coccolata dai suoi padroni, di cui
lei ricambia l’affetto
Dopo i suoi primi sei mesi di vita
gli viene regalato un nuovo collare con piastrina. Lilli, gioiosa e
inorgoglita di questo nuovo regalo, corre subito a cercare i suoi due
più cari amici, Whisky e Fido.
Incontra prima Whisky, un cane
Scottie, intento a seppellire un osso nel suo posticino sicuro.
Estasiato da questa splendida novità, la invita ad andare insieme subito
da Fido, un Bloodhound ex cane poliziotto ora in pensione che purtroppo
ha perso l’odorato, che vuole essere sempre aggiornato su questo tipo
di novità. Vengono così presentati i due più cari amici di Lilli,
simpaticissimi comprimari.
Viene subiti introdotto anche un nuovo
personaggio, Biagio, un cane randagio che vive da solo e alla giornata,
sempre in cerca di nuove avventure. Ogni giorno mangia in un ristorante
diverso, amato da tutti ma senza che nessuno possa diventare il suo
padrone. Dopo una colazione recuperata nel ristorante italiano locale,
Biagio scopre che due suoi amici randagi, la maltese Gilda e il bulldog
Bull, sono stati catturati dall’accalappiacani. Con un intervento
coraggioso libera i suoi due amici e tiene occupato l’accalappiacani
durante la loro fuga, riuscendo a sua volta a sfuggirgli. Al termine di
questa fuga si ritrova ai piani alti e borghesi della città, da lui
quasi “disprezzata “ come sottolinea il suo commento sulle gabbie
attorno alle piante.
Nel
frattempo Lilli è rattristata del comportamento di Gianni caro e
Tesoro nei suoi confronti, enormemente raffreddato. Non è più al centro
dell’attenzione: Tesoro non gioca più con lei, né la porta a fare la passeggiata, ma passa le giornate a lavorare a maglia; non la coccolano come
prima e addirittura viene colpita, seppur non con cattiveria e senza
portarle dolore. “E' qualcosa che ho fatto, suppongo!”,
si sfoga Lilli con Fido e Whisky, che le fanno notare invece che i suoi padroni stiano
aspettando un “marmocchio”.
Avviene ora il primo incontro tra i due
protagonisti: Biagio passando di lì per puro caso sente il loro dialogo e
interviene dando la sua descrizione del pupo, come un “un delizioso
fagottino... di guai” e mettendo una certa dose di paura e soggezione a
Lilli, “Ricordati, bambina: nel cuore umano c'è posto solo per una data
quantità d' affetto, e quando ci si piazza un pupo... il cane deve
andarsene!”, suscitando l’ira di Whisky, che invita in tono arrabbiato
Biagio ad andarsene.
Dopo continue scene, dove viene rappresentato
questo senso di solitudine e di abbandono provato da Lilli, arriva
finalmente il piccolo, che suscita tenerezza in lei e la riavvicina ai
suoi amati padroni.
Pochi mesi dopo Tesoro e Gianni caro decidono di
partire per una breve vacanza, mentre zia Sara controllerà
momentaneamente il piccolo e la casa. La zia, però, si porrà verso Lilli
in tono opposto a quelli che sono quasi sempre stati i comportamenti
dei suoi padroni, maltrattando Lilli e impedendogli di stare accanto al
piccolo. Inoltre porterà in casa i suoi gatti, due siamesi irrispettosi e
approfittatori, personaggi estremamente negativi. Nel tentativo di
salvare casa e piccolo dalle cattive azioni dei due gatti, Lilli verrà
incolpata ingiustamente dalla zia di tutti i disastri e la porterà in un
negozio di animali per metterle una museruola.
All’interno
del negozio, non appena le viene montata la museruola, Lilli fugge in
strada spaventata e si ritrova inseguita da alcuni cani randagi e solo
l’intervento eroico di Biagio riesce a toglierla dai guai. Nasce ora il
bisogno di liberare Lilli e Biagio riconosce nello zoo il posto adatto.
Dopo una divertentissima scena dove Biagio finge di essere il cane di
un passante che provoca l’ira della guardia dello zoo, i due
protagonisti riescono ad entrare indisturbati. Al suo interno, Biagio
riesce ad convincere un castoro a liberare Lilli, facendogli credere che
la museruola possa tornare utile per la costruzione della diga.
Una
volta liberata, vagando per la cittadina Biagio racconta a Lilli come
la sua vita sia impostata su una totale libertà, senza padroni,
godendosi e selezionando giorno per giorno solo ed esclusivamente il
meglio che per lui la vita può offrirgli
“Vedi bimba, quando sei libera, senza padroni, ti godi solo quel che c'è di meglio…”
Biagio accompagna Lilli nel ristorante italiano già conosciuto, facendosi offrire dal proprietario una romantica cena a lume di candela, con serenata di sottofondo, di fronte a un enorme piatto di spaghetti al
ragù.
Scena famosissima, tra le più romantiche e dolci della filmografia
Disney, grazie a una splendida canzone come colonna sonora e a una
particolare scena, un bacio involontario, dovuto alla condivisione dello
stesso spaghetto. Qui i protagonisti cominciano a manifestare amore nei
confronti l'uno dell’altro e, subito dopo la cena, la splendida canzone “Dolce
sognar” accompagnerà i due protagonisti in una romantica serata
attraverso un parco fino a una collina dove i due passeranno la notte.
Biagio
prova a convincere Lilli a rinunciare alla sua vita fatta di un'unica
dimora e di padroni e di restare con lui vivendo alla giornata in posti
sempre migliori, prima a parole, poi coinvolgendola in uno dei suoi
“giochi” all’interno di un pollaio, spaventando le galline.
Durante la
fuga però Lilli viene catturata dall'accalappiacani e portata al canile.
Qui assistiamo a scene molto forti e toccanti: il canile ci viene
mostrato come una prigione ed è impossibile non mostrare
compassione per i suoi “detenuti”.
Lilli condivide la cella con degli
amici di Biagio e il discorso prima volge sulla medaglietta di Lilli,
simbolo di una vicina libertà, poi su Biagio, ritratto dalla canzone della sensuale Gilda, che racconta delle sue continue conquiste
femminili e della sua vita, facendo storcere il naso a Lilli.
“...è
un briccon, vagabondo...ma io darei mezzo mondo per poter vagabondare
con lui...”
Subito dopo Lilli viene recuperata dalla zia Sara e incatenata alla
cuccia in cortile.
Prima si presentano i fidati amici Whisky e Fido, che
provano a consolarla e ad offrirgli una nuova dimora, poi si presenta
Biagio per porgere le sue scuse a Lilli, ma provoca solo le ire di
quest’ultima, che lo invita ad andarsene.
Pochi attimi dopo appare un
ratto, il cui intento è intrufolarsi in casa e nella camera del piccolo;
Lilli prova a fermarlo senza riuscirci, essendo incatenata, e allora
prova a richiamare l’attenzione della zia abbaiando, ma quest’ultima non
si rende conto della gravità della situazione e invita Lilli a
zittirsi. Fortunatamente Biagio, ancora nelle vicinanze, torna da Lilli e, capita la situazione, si introduce in casa a cercare e
affrontare il ratto, nella camera del piccolo. Biagio riesce ad uccidere
il ratto, facendo però cadere la culla e svegliando il bambino che,
piangendo, richiama l’attenzione della zia, che trova entrambi i cani
in camera (nel frattempo Lilli era riuscita a liberarsi), li crede
responsabili e li chiude a chiave in due stanze separate, telefonando
subito all’accalappiacani per ritirare Biagio.
Subito dopo la
partenza dell’accalappiacani con Biagio, legato al seguito, rientrano
Tesoro e Gianni caro che, a differenza della zia, danno subito ascolto a
Lilli ,che li conduce dal ratto oramai moto, dimostrando l’innocenza e
le buone intenzioni di Biagio. Avendo sentito tutto, Whisky e Fido si
ricredono sulla figura di Biagio e corrono subito in suo aiuto, in un
disperato tentativo di salvataggio.
L’accalappiacani è
lontano, ma Fido, di cui si crede abbia perso l’odorato, riesce invece a seguire le tracce del carro, fermandolo e salvando Biagio, ma
ritrovandosi schiacciato dallo stesso carro.
Il lieto fine ci riporta a casa
di Lilli, con Biagio nuovo inquilino, al collo la sua nuova medaglietta, i loro
4 cuccioli (di cui si racconteranno le avventure nel sequel Il cucciolo ribelle del 2001) e Whisky e Fido (ancora vivo) con loro a festeggiare il
Natale.
Il
film alla sua uscita fu un enorme successo di pubblico e di botteghino; tuttavia la critica all’inizio non fu favorevole, salvo poi rivalutarlo fino a considerarlo uno dei
classici più amati, inserito anche in classifiche
come "i cento migliori film sentimentali" o "i 25 miglior film animati di
tutti i tempi". Per il sottoscritto le iniziali critiche non erano
giustificate, sia da un punto di vista storico che puramente qualitativo
dell’opera. Il film può essere considerato una specie di capostipite
sotto molti aspetti.
Fu il primo film ad essere distribuito dalla
Buena Vista Distribution, ai tempi una nuovissima azienda di
distribuzione di prodotti Disney, che le permetteva una certa autonomia e
indipendenza, dopo la chiusura del contratto con la RKO.
Fu il primo
film animato girato in CinemaScope, in modo da ottenere fotogrammi a
largo campo visivo ed allargare quindi lo spazio della scena, esigenza
necessaria per l’inquadratura perennemente bassa, impostata ad altezza
dei cani, per renderli ancora di più totali protagonisti.
Per la
prima volta i protagonisti principali, e la quasi totale maggioranza dei
personaggi secondari, sono dei cani,
inaugurandoli, (successivamente sfruttati in pù occasioni,
da la carica dei 101 a Charlie a Bolt ecc) e, per la prima volta, gli animali sono
descritti con caratteri e stili di vita umani,
creando un piccolo micromondo, una specie di vita alternativa vissuta
contemporaneamente alla nostra (anche questa un idea che da qui in poi
verrà sfruttata moltissimo, non ultimo in Toy Story).
Ed è, forse,
il primo cartone Disney puramente d’amore, sicuramente tra le sue
storie più romantiche; un amore vero, condiviso, che si prende il tempo,
come i protagonisti, di conoscersi e di maturare assieme, scena dopo
scena, vivendo pure emozioni (in Biancaneve e in Cenerentola, invece,
il rapporto tra innamorati è descritto in tono abbastanza superficiale,
concentrandosi più su altri temi). Qui invece la storia si concentra
quasi totalmente sui protagonisti e sulla loro interazione. Storia
d’amore che non si cura delle differenze sociali, la differenza tra mondo borghese, rappresentato da Lilli, e mondo povero, rappresentato
da Biagio, mandando subito un primo e forte messaggio; infatti il
cartone ci mostra come i differenti stili di vita e le differenti classi
sociali siano limiti solo apparenti, che possono essere
tranquillamente accettati e superati.
Punto di forza del film è la caratterizzazione dei protagonisti: i cani sono descritti
egregiamente, estremamente vari tra loro, sia come razze rappresentate
che come modo di muoversi, di parlare e di abbaiare.
Solo le figure
umane sono relegate in secondo piano e non perfettamente descritte
(esempio lo stereotipo dell’italiano padrone del ristorante, con baffi,
spaghetti e mandolino anche se essendo presente nella scena più
romantica del film non provoca alcun disturbo).
Fantastico anche l’uso
delle luci e delle ombre, a sottolineare determinate scene o situazioni,
come Lilli che finisce in una zona d’ombra della stanza subito dopo il
colpo ricevuto da Tesoro, a sottolineare ancora di più il suo momentaneo
stato d’animo, o il buio totale che avvolge la lotta tra Biagio e il
ratto, eliminando praticamente tutto ciò che hanno attorno in quel
momento.
Non abbiamo quindi solo l’amore: abbiamo anche scene
molto cupe e forti messaggi, per esempio la forte presa di
posizione contro la crudeltà nell’abbandono dei cani, la scena del
canile mostrato come una cella dove i cani “galeotti” vivono
tristemente i loro ultimi giorni prima della morte, intuita dall’uscita
di scena di uno degli inquilini del canile per “l’ultima passeggiata”.
Scene molto forti, le rappresentazioni dei cani in gabbia, dirette,
non permettono interpretazioni e commuovono il cuore di chiunque.
Personaggi
cupi e negativi sono i gatti siamesi, elementi esterni portatori di
terrore e di guai, degni da film horror per come si pongono nei confronti di
Lilli e del pesciolino: comportamenti quasi da bullo nei confronti dei
più buoni e indifesi, tipica scena Disney per niente adatta ai bambini
Come molto cupa è la rappresentazione della solitudine e dell’abbandono,
vista in Lilli nel momento dell’attesa del bambino. Il suo malessere ci ricorda di non dimenticarci mai delle
persone attorno a noi, ma di tenerle sempre in considerazione e
coinvolte nelle nostre vite.
Abbiamo tuttavia momenti molto
divertenti, come tutta la parte legata allo zoo, dall’ingresso grazie al
litigio procurato da Biagio, alla scelta dell’animale adatto a liberare
Lilli, alla risata della iena, al simpaticissimo castoro; oppure i
tentativi di racconti di Fido a cui nessuno presta mai ascolto e che
rivivono nei suoi movimentati sogni.
Fido e Whisky sono sicuramente delle
ottime spalle, ottimamente caratterizzate, anzi forse avrebbero
meritato anche dello spazio in più.
Altro personaggio memorabile è
Gilda, protagonista della canzone sulla vita di Biagio, la più bella del
cartone dopo Dolce Sognar, omaggio anche alle dive di
Hollywood del periodo, non ultima (partendo dal nome) Rita Hayworth.
Tema
carissimo a Walt, che non manca nemmeno qui, è quello della famiglia, nucleo indispensabile della nostra società. Non a caso
Biagio, nonostante tutti i suoi ideali di libertà senza
regole, senza padroni e senza responsabilità, a fine film maturerà e si
unirà alla famiglia di Lilli.
Ma il vero apice, come già detto, è
l’amore, protagonista assoluto e mai stucchevole, anzi poetico e
sognante, e qui è impossibile non concludere citando nuovamente la scena
più famosa del film ma anche dell’intera filmografia Disney e non: scena icona, citata e omaggiata tantissime volte (non ultimi Giù per il
tubo o Il re leone 3). Qui non ci sono parole dette, ma ci sono i
protagonisti e i loro gesti semplici che fanno trasparire il loro
benessere, le loro emozioni, i loro sentimenti; i loro occhi valgono
più di mille spiegazioni, sono gli occhi sognanti dell’amore, culmine
quel bacio casuale e involontario, come casuale è stato il loro incontro
e involontario il loro innamorarsi, perché con semplicità e naturalezza
doveva succedere.
Chiuso ormai da settimane il Festival di Cannes, durante il quale Grace of Monaco fece da apripista, fuori concorso, colgo l'occasione datami da Caccia al Ladro per parlarne un po'.
Molte critiche sono piovute sul film e sull'attrice Nicole Kidman, interprete della principessa monegasca.
Il primo è stato ritenuto commerciale e poco fedele ai fatti storici, la seconda inespressiva e poco aderente al carattere di Grece.
Il film è obiettivamente lento, poco scorrevole, nonostante duri solo 103 minuti. Oltretutto è abbastanza lezioso e buonista: racconta dell'anno di crisi 1961 tra il Principato e la Francia di Charles de Gaulle, che minaccia l'invasione se Ranieri di Monaco non aumenterà le tasse per versarle nelle casse della Francia, e tra Ranieri stesso e la moglie, sofferente dopo sei anni da principessa, ancora ritenuta un'estranea, tenuta lontana dal marito dagli impegni di quest'ultimo e tentata di riprendere la carriera di attrice, che le manca, dopo l'offerta di Hitchcock di darle il ruolo di protagonista in Marnie. Tra il classico "a scuola di principesse" che mai deve mancare in questo genere di film, i complotti che Grace deve scoprire all'interno del palazzo (altro immancabile topic) e drammi sentimentali, il film riesce a ridicolizzare e minimizzare quella che doveva essere la reale vita della Kelly a Monaco.
Non solo, l'interpretazione della Kidman, davvero inespressiva, davvero sotto le aspettative (si è incolpato il botox di cui si serve l'attrice) rende Grace Kelly eroina fragile, ideale principessa, ruolo che avrebbe potuto recitare in qualche film, ma che difficilmente immagineremmo nella Kelly reale. I primi piani sulla protagonista del regista, Olivier Dahan, sono stati molto discussi e il monologo finale, col quale Grace dovrebbe convincere De Gaulle a pacificarsi con Monaco, su favole, pace e amore sarebbe stato ridicolo anche in un concorso di bellezza.
Grace Kelly fu un'icona di femminilità, al di là della principessa e anche al di là dell'attrice. Bellissima, elegante, sensuale all'occorrenza.
Terza di quattro figli di una famiglia irlandese e cattolica di Filadelfia, iniziò a recitare contro il parere della famiglia. Debuttò a 22 anni nella 14° ora (1951). Un anno dopo già faceva da co-protagonista a Gary Cooper nel particolare westner Mezzogiorno di Fuoco (particolare per la regia, austriaca, di Fred Zinnemann e la sceneggiatura, che vede per la prima volta una sostanziale solitudine del protagonista e un forte senso di pessimismo, decisamente in contrasto con il patriottismo e la solidarietà che caratterizzava i classici western) e l'anno dopo ancora si trova al centro di un triangolo amoroso in Africa al fianco di Clark Gable e Ava Gardner nel film di John Ford, Mogambo, guadagnandosi una nomination agli Oscar. Due film importantissimi dunque segnano il suo esordio e i successivi film che girerà con Hitchcock ( Il delitto Perfetto e La Finestra sul Cortile nel 1954 e Caccia al Ladro nel 1955, in mezzo ai quali fa in tempo a girare La ragazza di campagna, che le vale l'Oscar come miglior attrice) le regalano la fama.
Come in realtà capitò anche ad altre attrici prima e dopo di lei, Grace Kelly divenne una delle muse di Alfred Hitchcock che la considerò prima scelta per ruoli anche molto diversi, per donne dal carattere diverso, ma che incarnavano tutte la femminilità che il regista ricercava: algide bellezze bionde in apparenza, che, a poco a poco scoperte, rivelavano grande sensualità. Fu proprio ispirandosi a Grace che Hitch coniò l'espressione "ghiaccio bollente", che più di ogni altra descriveva come doveva essere per lui La Donna.
Come già ricordato nello scorso post, tra tutti i film, quello che si rivela più determinante nella vita dell'attrice è forse Caccia al Ladro, poiché fu girando questa pellicola che Grace Kelly ebbe modo di conoscere Ranieri di Monaco, che sposa nel 1956, lasciando la carriera dopo l'ultima apparizione in Alta Società.
Fu principessa di Monaco dal '56 al 1982, quando perse la vita in un incidente automobilistico: viaggiava con la figlia Stephanie, conducendo lei stessa l'auto dalla villa di Roc Agel al palazzo Grimaldi, e su uno dei tornanti del percorso (le coude du diable) perse il controllo della vettura, che finì capitombolando una decina di metri lungo una scarpata. La principessa morì dopo essere stata portata in ospedale, la figlia si salvò.
Cinque giorni dopo il mondo salutò una delle più belle attrici che il cinema abbia mai avuto.
Se restate a casa stasera, ma non avete voglia di guardare Germania-Ghana, io consiglio su Rai Movie uno dei più grandi capolavori di Hitchcock: to Catch a Thief, del 1955.
Da poco uscito sul grande schermo Grace of Monaco, che racconta un preciso episodio della vita della principessa Grace, possiamo stasera tornare a vedere Grace Kelly nel suo splendore in quello che fu l'ultimo film dell'attrice.
Caccia al Ladro è una commedia sottilmente ironica e brillante, protagonizzata da Cary Grant, ancora affascinante ed elegante nonostante gli anni, che interpreta John Robie, una volta celebre ladro di gioielli della Costa Azzurra, soprannominato per l'agilità Il Gatto, ma che ormai, dopo il carcere e la guerra, in cui fu partigiano, si dedica a coltivare viti in una villa isolata. Quando sulla riviera ricominciano i furti che paiono portare proprio la sua firma, Robie è costretto a tornare in azione, inseguito dalla polizia francese, certa della sua colpevolezza, e a sua volta inseguitore del suo imitatore. Aiutato da un agente di assicurazioni (John Williams) e dalla figlia (la Kelly) di una delle potenziali vittime dei furti (la simpatica Jessie Royce Landis), Cary Grant coinvolge lo spettatore nella sua indagine, offrendo la sua solita simpatia, il suo humor, il suo savoir faire, il suo talento, che lo rendeva adatto anche alle parti drammatiche, come ci dà modo di apprezzare anche in questo film. Dal canto suo Grace Kelly convince nella sua interpretazione di algida, misteriosa ragazza, che però nasconde sensualità e passionalità, proprio il modello di donna che cercava Hitchcock, che la prese come musa e per la quale coniò l'ossimoro "ghiaccio bollente". La Kelly aveva girato altri due film col maestro del brivido: Delitto Perfetto e La finestra sul Cortile, tutti successi insomma e, come si racconta in Grace of Monaco, le avrebbe offerto successivamente il ruolo di protagonista in Marnie, che dopo il suo rifiuto passò a Tippie Hedren, che con Hitchcock aveva già girato gli Uccelli. Anche Grant aveva collaborato con Hitch, ne Il Sospetto e Notorius e quattro anni dopo girerà anche Intrigo Internazionale.
Celebri molte delle scene girate in Caccia al Ladro: il bacio di Grace Kelly a Grant, per poi richiudere immediatamente la porta della camera, il ballo, dove l'attrice sfoggia un abito stupendo, che si conclude con la corsa sui tetti, e la più famosa di tutte: Grace che corre sulle curve pericolosissime della costiera, cercando di seminare i poliziotti che seguono il sospettato. Ironia della sorte fu guidando la macchina su una di queste curve (la curva del diavolo) che avvenne l'incidente in perse la vita nel 1982.
Inoltre ricordo il divertente cameo di Alfred Hitchcock: il regista ormai da molti anni nascondeva sempre una sua apparizione, nei modi più improbabili e bizzari, in tutti i suoi film: stavolta troviamo seduto in fondo a un autobus Cary Grant, tra Hitch e una gabbia di uccellini.
Se dunque avete voglia di un film dall'atmosfera leggera, a metà tra giallo e commedia, ben recitato e soprattutto eccezionalmente diretto (marca Hitchcock) o se non lo avete mai visto lo consiglio spassionatamente.
“Le avventure di Peter Pan” è il titolo del 14° classico Disney uscito nel febbraio del 1953.
Il protagonista di questa avventura è un bambino che si rifiuta di crescere e che trascorre un'infinita e avventurosa infanzia sull’Isola Che Non C’è, la storia perfetta quindi per un eterno bambino e sognatore come Walt Disney, e desiderio forse di tutti noi, perché nessun uomo vorrebbe esser grande mai.
Il cartone, un misto tra musical, comico e avventura, è ambientato a Londra dove due bambini, Gianni e Michele, giocano a Peter Pan e Capitan Uncino, due personaggi usciti da uno dei racconti della sorella maggiore, Wendy. Questo giocare provoca ritardi nei preparativi dei genitori, che devono uscire per una festa, e soprattutto l’ira del padre, stufo dei racconti che Wendy fa ai fratellini, al contrario della madre, che sostiene i ragazzi nelle loro storie e nella loro fantasia. Agenore (questo il nome del padre) accusa Wendy di esser diventata troppo grande per dormire ancora nella stanza dei bambini e le impone di smetterla di raccontargli “frottole”, sostenendo che Peter Pan non esista.
“Non ti avevo ordinato di non raccontare più frottole ai tuoi fratelli?”
“ Frottole?!”
“ Frottolissime. Capitan Mancino. Prete Pane.”
“ Peter Pan, papà.”
“ Pan... o Pane... è la stessa cosa.”
Ma Wendy è convintissima che Peter esista, perché secondo lei è già stato li e ha smarrito la sua ombra, che ora è richiusa in un cassetto, ed è convita anche che lui quella notte tornerà a riprendersela.
Ai bambini non sarà neppure concessa la presenza di Nala, simpaticissimo cane vestito e con modi di fare da domestica, con Michele il personaggio più tenero e simpatico della primissima parte del film.
Come previsto da Wendy durante la notte magicamente appare Peter Pan insieme all’amica fidata Trilli, una piccola fata, alla ricerca della sua ombra smarrita. Finalmente avviene l’incontro con uno dei personaggi protagonista dei racconti di Wendy, Peter Pan.
Peter scopre che Agenore vuole spingere i ragazzi a crescere, ad affrontare le responsabilità e smettere di sognare ad occhi aperti e ovviamente ne risulta scioccato, essendo contro la sua personalità di eterno bambino, e su richiesta dei ragazzi decide di farli fuggire e insegna loro a volare. Come? Molto semplice, bisogna sognare! Perché come dice Peter (non è difficile immaginare Walt Disney in persona dire la stessa cosa) “Solo chi sogna può volare!”.
Con l’aggiunta di un po’ di magia, rappresentata dalla polvere magica di Trilli, (sogno e magia, un vero e proprio motto Disney) i ragazzi riescono finalmente a volare nella scena più bella di tutto il film e tra le più famose della filmografia: una sequenza di volo dei ragazzi e Peter attraverso il panorama della Londra di inizio '900, dalle lancette del Big Ben fino al London Bridge, con in sottofondo la splendida canzone “Vola e va”, la più bella ed emozionante del cartone e sicuramente tra le prime della discografia Disney, che conferisce al sogno, all’ottimismo e alla convinzione dei propri obiettivi una speranza, perché se ci credi veramente tutto è possibile, anche volare.
“..a cose belle pensar/ dà le ali per volar/ nell’amore credi ancor/ sui suoi raggi puoi viaggiar/ nel cielo scivolar/ puoi volar puoi volar puoi volar..”
L’arrivo all’Isola Che Non C’è, abitata da pirati, eterni bambini, indiani e sirene, e il percorso è il più famoso e il più citato in assoluto, “seconda stella poi si volta e via sempre dritti”. (Solo per fare un esempio, ispirazione per la celebre canzone di Bennato, L'isola che non c'è).
Sull’isola troviamo il secondo personaggio protagoniste delle storie di Wendy, Capitan Uncino.
Presentato su una nave al largo dell’isola insieme al suo assistente Spugna, è chiamato cosi perché indossa un uncino di ferro al posto della mano destra, che fu tagliata da Peter Pan e gettata in acqua, dove fu poi divorata da un coccodrillo, che ora insegue perennemente Uncino in attesa di mangiare il resto del suo corpo. Per questo motivo Uncino pensa unicamente a come vendicarsi su Peter Pan.
All’inizio Uncino prova ad incastrare Peter Pan prendendo in ostaggio Giglio Tigrato, figlia del capo della tribù indiana presente sull’isola, tentando di convincerla a rivelare la posizione del nascondiglio segreto di Peter.
Vengono introdotti i bambini sperduti, degli eterni bambini che passano le giornate sull’isola a giocare e vivere fantastiche avventure con Peter, e a cui Wendy farà da "madre", raccontando anche a loro le sue storie.
I bambini, accompagnati da Gianni e Michele, vagano per l’isola alla ricerca degli indiani, ma vengono catturati da questi ultimi, che li credono i responsabili della scomparsa di Giglio Tigrato.
Nel frattempo Peter e Wendy stanno visitando la baia delle sirene e scorgono Giglio Tigrato legata e Uncino che la sorveglia, scoprendo il suo piano. L’intervento del protagonista che imita la voce di Uncino induce Spugna a liberare l’ostaggio e a salvare la situazione.
Nel frattempo la gelosia di Trilli (personaggio caratterizzato splendidamente) nei confronti di Wendy la induce a escogitare un trucco per ottenere la sua morte. Scoperto questo tradimento, Peter la bandisce dal suo nascondiglio e dalla sua famiglia. Arrivata da Capitan Uncino, spinta dalla rabbia verso Peter e Wendy e tratta in inganno dalle parole del capitano che alimentano la sua ira, rivela a Uncino la posizione del nascondiglio di Peter, dopo un giuramento del capitano di non fare del male a Peter. Ma una volta scoperto il nascondiglio, Uncino tradisce il giuramento e rinchiude Trilli in una lanterna. Insieme ai suoi pirati cattura i bambini sperduti, Gianni, Michele e Wendy e lasciano una bomba per uccidere Peter, ma per fortuna l’intervento di Trilli, che nel frattempo era riuscita a scappare, salva la situazione. A sua volta Peter salva Trilli dalle macerie, provocate dallo scoppio della bomba, e insieme decidono di affrontare Uncino e i suoi pirati per poter salvare i bambini sperduti, il cui destino ora è in fondo al mare. Peter affronta direttamente Uncino mentre i bambini impegnano l’equipaggio e, dopo un bellissimo duello, Uncino viene sconfitto ed è costretto a scappare, inseguito dal coccodrillo che non l’aveva lasciato in pace per tutto il film.
Wendy e i suoi fratellini sentono nostalgia di casa. Peter con l’aiuto della polvere di Trilli, fa volare la nave di Uncino e la conduce fino a Londra, dove i ragazzi potranno tornare nella propria casa.
Il cartone fu un successo commerciale, diventando anche il film di maggior incasso del 1953; successo meritato essendo uno splendido romanzo d’avventura, molto coinvolgente, divertente, ottimamente disegnato e con splendide canzoni, in cui è molto facile identificarsi. Presenta inoltre atmosfere suggestive e sognanti, con ingredienti cari ai giochi e ai sogni di tutti, bambini e adulti, dal volare agli scontri con gli indiani e i pirati, agli incontri con le sirene, all’isola sperduta.
Anni dopo, nel 2002, si cercò di replicare il successo con il sequel "Ritorno all'Isola Che Non C'è". Co-protagonista di Peter stavolta è la figlia di Wendy, ormai moglie e madre. Cresciuta in una realtà triste, la seconda guerra mondiale, a differenza della madre, Jane non crede alla favole che quella le racconta, ma sperimenterà ugualmente la magia dell'Isola Che Non C'è e il fascino di Peter Pan, guadagnando alla fine del film la dimensione del sogno e dell'incanto.
Un’eccezione di questo cartone è l’antipatia del protagonista, dato che il suo comportamento virato sul rifiuto di ogni responsabilità, sul volere unicamente giocare, con un egoismo e dei capricci tipici del bambino viziato, lo rendono piuttosto negativo e sono l’opposto della simpatia con cui viene raffigurato l’antagonista Uncino, i cui siparietti con il fidato Spugna sono la parte più divertente del cartone.
Altra personaggio molto divertente e splendidamente disegnato e caratterizzato è Trilli, che riscosse un successo tale da garantirle una serie di mediometraggi per l'home video a lei dedicati interamente. Nel cartone, come nel libro, non parla, ma presenta una fantastica mimica. Presenta un carattere molto alterno, vanitoso; durante la storia passa da un forte odio a rischiare la morte per salvare gli altri. Ma per come rappresentata, anche se è un sentimento negativo, la sua gelosia nei confronti di Wendy non può non provocare simpatia nei confronti dello spettatore.
Ma come tutte le storie scelte da Disney, la vicenda di Peter è solo apparentemente un tema per bambini; in realtà presenta molti significati e sfaccettature da adulti; rispetto al passato mancano solo scene fortemente paurose. Tutta la storia, come il romanzo di partenza, propone messaggi molto chiari sulla crescita, sul tempo che scorre o sul prendere le proprio responsabilità.
Abbiamo il tema, molto caro a Walt, della famiglia come nucleo indispensabile della nostra società: non a caso i ragazzi a fine film, nonostante le incomprensioni con i genitori della prima scena e la possibilità di rimanere in un regno pieno di avventure dove il tempo non scorre, sentono nostalgia di casa e preferiscono tornarci per riabbracciare i loro genitori; non a caso Peter tutte le notti si fermava fuori dalla camera di Wendy a sentire le sue storie, e vuole che faccia lo stesso per i bambini perduti, perché anche lui nel suo profondo sente la mancanza dell’affetto di una mamma accanto a sé, tema forse molto più attuale oggi di quando è uscito il film, con strumenti come pc, videogiochi, tv ecc che allontano il vero rapporto di gioco e di complicità che invece dovrebbe accompagnare genitore e fanciullo durante la sua crescita.
Vi è il tema, già citato, di non abbandonare mai i propri sogni e la convinzione che con i propri mezzi ci può permettere ottenere qualunque risultato, come già detto, perfino volare.
Abbiamo il classico percorso di formazione dei ragazzi, soprattutto il personaggio di Wendy, che vede avvicinarsi a se il mondo degli adulti e delle responsabilità, rappresentato metaforicamente dall’ira del padre e dall’ultima notte che dovrà passare nella stanza con i suoi fratelli. Proprio durante questa notte, attraverso Peter, fugge da quest’incombenza in un mondo senza regole e responsabilità, pieno di avventure, praticamente un sogno, per poi risvegliarsi a fine film (come succede ad Alice nel classico precedente) e tornare nella realtà, maturata e in parte cambiata. E torna a casa anziché rimanere sull’isola perché la crescita e la maturità sono inevitabili.
Un altro simbolo del tempo che scorre e che ci insegue è rappresentato dalla figura del coccodrillo, che avendo ingoiato un orologio, viene sempre introdotto in scena da un ticchettio e, in maniera geniale e metaforica, raffigura il tempo che passa e che insegue tutti noi, e nel cartone insegue Uncino in divertentissime scene.
Ma il tema principale di tutta la storia è l’importanza di conservare una piccola parte di spensieratezza, mantenere dentro di noi una piccola parte del bambino che è stato anche nel momento inevitabile della crescita. Quello che impara Wendy alla fine di questo suo percorso e quello che deve rappresentare Peter Pan come lato positivo del suo personaggio. L’eterno fanciullo legato all’aspetto fisico è solo una metafora per rappresentare come ognuno di noi, a prescindere dall’età, debba mantenere una giovinezza interiore, un desiderio di gioia e di gioco, una spontaneità e una creatività nell’affrontare la vita.
E il miracolo avviene anche nel personaggio che all’inizio era l’ostacolo e l’opposto di tutto questo e lo splendido, poetico e commovente lieto fine (a mio parere forse il più bel finale disney) gli e ci ricorda proprio questo e avviene negli occhi di Agenore, che nel cielo riconosce una nuvola a forma di galeone, che ha visto tanto tempo fa, quando era bambino….